La ricerca pediatrica italiana vive oggi una condizione paradossale: produce risultati di eccellenza riconosciuti a livello europeo, ma si scontra ogni giorno con ostacoli burocratici, discontinuità nei finanziamenti e una crescente difficoltà ad attrarre e trattenere i giovani ricercatori. A raccontarlo è la Prof.ssa Viviana Moschese, Presidente della Società Italiana di Ricerca Pediatrica (SIRP), in vista del congresso nazionale che si terrà nelle giornate di oggi e domani a Roma.
L’incontro si preannuncia come un’occasione per affrontare i temi più urgenti della pediatria contemporanea: dalla medicina della complessità all’intelligenza artificiale passando da tematiche come la disforia di genere e le connessioni con il territorio. Un dialogo a tutto campo che mette al centro la salute dei bambini di oggi e dei cittadini di domani.
Presidente Moschese, quale fotografia emerge oggi della ricerca pediatrica italiana?
«Emerge un paradosso: la ricerca pediatrica italiana è eccellente nonostante vi siano grandissime criticità. Intendo ad esempio la difficoltà nell’accesso ai finanziamenti e l’esiguo numero di ricercatori giovani che si trovano davanti una serie di ostacoli e complessità come la mancata gratificazione economica, e l’impossibilità di conciliare, in termini di tempo, l’attività clinica con quella scientifica».
«Esiste poi il problema della mancata continuità: i grant hanno generalmente una durata limitata, due o tre anni, creando dei gap in cui i giovani finiscono in seria difficoltà. Bisognerebbe assicurare un continuum di lavoro che miri alla stabilizzazione di questi ragazzi che si sono impegnati e che contribuiscono in modo determinante alla ricerca: dietro ogni figura rappresentativa c’è sempre uno staff operativo, meno visibile ma preziosissimo, che rende possibile l’attività clinica e di ricerca».
«A questo si aggiungono grandi barriere burocratiche e regolatorie: fermo restando che è fondamentale garantire la privacy e la sicurezza dei pazienti, ottenere l’approvazione dei protocolli da parte dei comitati etici comporta ritardi considerevoli, con ricadute negative sull’esito della ricerca e sulla competitività internazionale».
«Nonostante tutto ciò, la ricerca pediatrica italiana è di ottimo livello: a livello europeo, includendo la Gran Bretagna, siamo secondi sia per pubblicazioni scientifiche su riviste di rilevanza internazionale, sia per citazioni. Potremmo eccellere ancor di più se venissero apportati i correttivi necessari a rendere più fluido questo percorso».
Il congresso parla molto di medicina della complessità: cosa significa concretamente nella pratica clinica quotidiana?
«Ci troviamo sempre più spesso ad affrontare patologie complesse, il che significa avere la necessità di un approccio necessariamente multispecialistico. Si tratta spesso di condizioni molto rare, e una gestione ottimale è possibile soltanto ragionando insieme, in modo collegiale».
«Il punto di partenza è cercare di comprenderne i meccanismi patogenetici, che significa avvalersi della genetica e di tutte quelle scienze multiomiche come la metabolomica e la proteomica offerte oggi dall’innovazione tecnologica».
«Strategie nate per trattare condizioni rarissime ci consentono di illuminare meccanismi validi anche per patologie molto più diffuse. E da questo punto di vista, certamente l’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento di notevole valore aggiunto».
Quali applicazioni dell’IA potrebbero avere un impatto concreto già nei prossimi anni sulla diagnosi o sulla gestione dei piccoli pazienti?
«Sicuramente l’impatto più imminente è da un punto di vista diagnostico permettendo un’accelerazione nell’analisi dei cosiddetti big data. Man mano che inseriamo nuovi casi clinici, educhiamo il sistema affinché possa accelerare e raffinare il ragionamento e l’orientamento diagnostico. Tutto questo, naturalmente, per essere poi traslato anche in ambito terapeutico».
Come si evita che l’utilizzo degli LLM e dell’IA sostituisca il rapporto umano medico-paziente, specialmente in pediatria dove il rapporto umano ha un valore ancora maggiore?
«Il nuovo non ci spaventa, soprattutto quando se ne comprendono davvero le potenziali applicazioni. L’intelligenza artificiale, sotto la guida e la supervisione dell’uomo, è un buono strumento di viaggio. Il ragionamento umano, tuttavia, non potrà mai essere sostituito in toto da quello artificiale».
«Inoltre, soprattutto in ambito pediatrico è indispensabile mantenere una comunicazione appropriata con i bambini, gli adolescenti e le loro famiglie. E questo non può essere vicariato ad un software. Per non parlare poi del rischio di distorsioni del flusso di informazioni e quindi di immissioni di fake news nel sistema».
Perché avete deciso di organizzare una sessione riguardante la disforia di genere?
«Si tratta di un tema estremamente attuale, che rientra nella cosiddetta nuova medicina: la medicina delle differenze. Andando oltre la medicina di genere in senso tradizionale, la medicina delle differenze fa riferimento non solo a diverse condizioni patologiche, ma anche a diverse categorie di persone che hanno diritto a una gestione equa della propria salute e che a volte incontrano difficoltà di accesso alle cure per barriere culturali e/o etniche».
«Come SIRP siamo molto attenti a questa tematica, e per questo abbiamo ritenuto importante inserire nel programma una sessione dedicata alla disforia di genere, con una composizione multispecialistica del dibattito che include esperti quali il neuropsichiatra infantile, lo psicoterapeuta e l’endocrinologa. Inoltre, a dieci anni esatti dall’entrata in vigore della legge che porta il suo nome, parteciperà la già Sen. Monica Cirinnà insieme alla testimonianza delle associazioni di settore».
«Credo che la disforia di genere sia una realtà che coinvolge gli adolescenti con frequenza crescente e con un’età di esordio sempre più anticipata: non dobbiamo praticare quindi una medicina reattiva, ma anticipare le situazioni che si stanno delineando nella società per una gestione tempestiva. Nell’ambito di questa cornice tratteremo anche un altro argomento molto sensibile in ambito di medicina delle differenze: l’esitazione vaccinale in famiglie di origine non Europea».
Qual è il messaggio che vuole che esca dal congresso?
«Un messaggio di orgoglio. Il congresso è stato organizzato nei contenuti dall’intero Consiglio Direttivo ed il successo deriverà dagli esperti autorevoli che saranno presenti e dei quali sono profondamente orgogliosa di essere connazionale. Si tratta di ricercatori di caratura internazionale per la storia della pediatria, e che stanno contribuendo a cambiare concretamente la salute dei nostri bambini, gli adulti di domani».
Come commenta il recente studio pubblicato su Nature Immunology secondo cui i primi anni di vita sarebbero decisivi nello sviluppo del sistema immunitario del bambino?
«Si parla molto dei primi mille giorni di vita, apporterei una precisazione: non contano soltanto i primi mille giorni, ma anche ciò che accade prima, ovvero durante la gravidanza. Durante la vita fetale infatti il sistema immunitario si sviluppa attraverso un percorso ben specifico e differenziato anche guidato dagli stimoli ambientali che riceve».
«Che si parli delle prime epoche della vita o delle età più estreme, deve esserci sempre un bilanciamento tra ciò che in inglese si definisce nature and nurture: la dotazione costituzionale con cui veniamo al mondo, l’ambiente che ci circonda e il comportamento che adottiamo nel corso del tempo, ovvero lo stile di vita. Sono tematiche fondamentali, ed è proprio per questo che nel congresso abbiamo voluto inserire anche una sessione dedicata alla salute dell’ambiente».
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