Articolo a cura di Mirella Cleri Psicologa Clinica e di Comunità Dirigente Sanitario USLUmbria2 Docente a contratto di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni CLMSIO UNIPG
La Psicologia di Comunità (PdC) si caratterizza per:
- Lo studio delle persone nei loro contesti di vita, intendendo le comunità in senso lato: città, quartieri, associazioni, organizzazioni, contesti lavorativi istituzionali, scolastici e oggi anche comunità virtuali.
- L’attenzione alla costruzione del benessere individuale e collettivo. I principali obiettivi sono l’Empowerment individuale e di comunità.
- L’orientamento costante al cambiamento e alla promozione della salute, attraverso l’uso di strategie di progettazione partecipata, come la Ricerca-Intervento.
- L’attenzione all’inclusione delle minoranze e delle persone fragili, alla valutazione dei progetti e alla sostenibilità degli interventi già in fase di progettazione.
Affrontare i servizi alla persona significa gestire una duplice sfida:
- Rispondere alla complessità dei bisogni di un’utenza, come anziani e persone svantaggiate che spesso percepisce un’assenza di prospettive.
- Garantire la sostenibilità professionale di chi eroga le prestazioni di assistenza, con un alto rischio di burnout.
Il cambio di paradigma
Il contributo più radicale della PdC è l’abbandono della logica puramente assistenziale, concentrata sul deficit individuale, per abbracciare l’Empowerment, focalizzato su risorse e potenziale di singole persone e comunità.
La PdC non si limita a offrire un contenuto aggiuntivo ai corsi di formazione, ma propone una vera e propria visione trasformativa del processo di formazione che coinvolge le relazioni tra persone portatrici di bisogni e il personale delle organizzazioni.
Questo approccio innovativo si traduce in una formazione potenziante permanente che può portare un contributo significativo anche nelle aziende pubbliche di servizi alla persona
La formazione deve spostare l’attenzione dalla patologia all’identità sociale e al contesto di vita dell’utente:
- Le persone in struttura non sono solo pazienti, ma membri della comunità portatori di bisogni, con una storia, un ruolo e delle competenze residue da valorizzare.
- Il Focus della formazione deve essere sulla persona nel contesto.
Il personale della organizzazione, in un’ottica di formazione empowering continua, deve diventare un facilitatore di autonomia e partecipazione. Non si tratta solo di “fare per” la persona, ma di imparare a “fare con” la persona e la comunità.
Gli operatori sono facilitatori di processi creativi, non erogatori di prestazioni
È fondamentale abbracciare una visione Residenziale-Aperta delle organizzazioni:
- Le IPAB/ASP non devono essere istituzioni isolate, ma punti nodali nel territorio.
- La formazione deve preparare il personale a vedere la struttura come un incubatore sociale che alimenta il benessere della comunità circostante, evitando l’istituzionalizzazione e l’isolamento degli utenti.
Questa visione è fondamentale, specialmente per un’utenza che non ha prospettive. Dare la possibilità di costruire attivamente il proprio benessere e di influenzare la propria vita (Empowerment individuale) è il modo più efficace per contrastare il senso di fatalismo e passività. Il benessere emotivo, psicologico e sociale è, infatti, significativamente correlato al Senso di Comunità e appartenenza.
Competenze sistemiche e lavoro di rete
Le criticità che riguardano gli utenti ASP sono complesse, richiedono un approccio sistemico. La formazione permanente deve dotare il personale di competenze sistemiche e di rete. È fondamentale che il personale riceva una formazione che integri alle competenze professionali tecniche scientifiche abilità trasversali e l’intervento sulle comunità e le organizzazioni.
Un modello a cui ispirarsi è quello della Formazione Empowering che:
- Favorisce la crescita globale della persona e le sue capacità di influenzare il futuro e il contesto in cui vive.
- Stimola il processo di acquisizione di conoscenze e competenze generative che produce innovazione.
- È un percorso di cambiamento a tappe che aiuta a esplorare il passato personale i bisogni e i desideri personali ed anche esperienze di gruppo per individuare difficoltà, ostacoli, ma anche risorse attraverso i vissuti emotivi.
La formazione insegna ad analizzare oltre alle proprie competenze anche due livelli di contesto: Analisi delle organizzazioni e il Profilo di comunità
- Saper leggere l’Organizzazione nelle sue dimensioni strutturali, funzionali, psicodinamiche e psicoambientali favorisce la riflessione sulle dinamiche di gruppo, la comunicazione interprofessionale e la gestione costruttiva dei conflitti tra le diverse figure professionali (medici, OSS, psicologi, educatori).
- La costruzione del profilo di comunità insegna a leggere il contesto esterno dotando il personale degli strumenti per la mappatura delle risorse comunitarie: associazioni di volontariato, centri culturali, scuole, reti informali, punti di forza e di debolezza, figure chiave.
Questo crea un “ponte” tra gli operatori e l’organizzazione e tra la struttura e il territorio.
La formazione deve includere conoscenze relative all’organizzazione e alla comunità per avviare e mantenere collaborazioni, trasformando i servizi in servizi di comunità co-prodotti. Questa capacità di tessere reti è l’unico modo per offrire prospettive concrete a un’utenza che altrimenti ne è priva. L’Empowerment di Comunità non solo aumenta la cittadinanza attiva, ma caratterizza le comunità empowered.
Formazione permanente e benessere organizzativo
La qualità dell’assistenza è direttamente proporzionale al benessere di chi la eroga. Per questo, la formazione deve essere un intervento continuo e riflessivo, integrato nella quotidianità lavorativa, e non un evento una tantum.
Si suggerisce di adottare anche il modello della Ricerca-Azione Partecipata, dove il personale, guidato dallo psicologo, analizza attivamente i propri problemi operativi (come il sovraccarico emotivo o la gestione dell’aggressività) e co-costruisce soluzioni organizzative efficaci.
Lo sviluppo di soft skills
La metodologia didattica deve essere attiva, portando sia conoscenze tecniche sia esperienze pratiche guidate, rafforzando le competenze relazionali e comunicative e promuovendo un atteggiamento proattivo e responsabile che aiuta a percepirsi parte della soluzione.
Centrale in questo modello è una formazione sulle competenze trasversali o soft skills.
L’obiettivo è costruire attraverso la formazione una Cultura Organizzativa di Sostegno che valorizzi l’ascolto, il supporto reciproco e la gestione etica del disagio. Questo crea un ambiente più sicuro e supportivo per gli operatori e anche per l’utenza, fornendo loro una relazione di sostegno autentica e duratura. La formazione permanente aiuta a sviluppare un senso di efficacia collettiva. Al percorso di formazione empowering dovrebbero affiancarsi nel tempo supervisioni e gruppi di aiuto alla pari. Quando il personale sente di poter affrontare le sfide insieme, si riducono isolamento e demotivazione, agendo come una potente strategia preventiva del burnout.
Conclusione
La Psicologia di Comunità offre strumenti sperimentati per trasformare le ASP da luoghi di assistenza passiva a centri vitali di empowerment e co-produzione di salute e benessere sociale. Dobbiamo superare il modello formativo centrato sul sapere, sostituendolo con un modello che integri conoscenze e competenze e contempli il saper essere, inteso come patrimonio della nostra umanità. Investire in questa formazione permanente non solo arricchisce le competenze professionali, ma rafforza la resilienza delle comunità stesse, creando un impatto duraturo sul benessere collettivo.
È solo garantendo una formazione continua che supporti il personale nel loro benessere e li doti di strumenti di rete e di empowerment che potremo realmente fornire una prospettiva e una relazione di sostegno significativa all’utenza più fragile delle ASP. Dobbiamo smettere di formare personale per il “fare per” e iniziare a formare professionisti che sappiano “fare con” la comunità.
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