Secondo le stime più recenti, circa 287 milioni di persone convivono con un’infezione cronica da epatiti virali, responsabile ogni anno di circa 1,3 milioni di decessi, pari a oltre 3.500 morti al giorno: sebbene negli ultimi anni la prevenzione e le terapie abbiano modificato profondamente la gestione della malattia, il numero di infezioni senza diagnosi resta ancora elevato.
I numeri delle infezioni
La quota maggiore dei casi riguarda l’epatite B (Hbv), che interessa circa 240 milioni di persone, mentre altre 47 milioni convivono con l’epatite C (Hcv). A questi si aggiungono circa 12 milioni di pazienti con coinfezione da epatite D (Hdv), presente in circa il 5% delle persone con infezione cronica da Hbv.
Anche le forme acute continuano ad avere un impatto significativo. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che nel 2023 il virus dell’epatite A (Hav) abbia provocato circa 35.600 decessi nel mondo, mentre il virus dell’epatite E (Hev) rappresenta ancora una delle principali cause di epatite acuta in numerosi Paesi.
La diagnosi resta il primo passo
Per gli specialisti, il principale ostacolo al controllo delle epatiti virali è rappresentato dalle infezioni non ancora individuate. Molte persone convivono con il virus per anni senza sintomi evidenti e arrivano all’osservazione clinica quando il danno epatico è già avanzato.
«Oggi disponiamo di strumenti diagnostici e terapeutici che permettono di intervenire efficacemente su molte forme di epatite virale. La sfida è fare in modo che raggiungano chi ne ha bisogno» afferma Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione Microbiologi Clinici Italiani (Amcli). «In questo percorso la diagnosi microbiologica è il punto di partenza».
Secondo Valentina Svicher, ordinario di Microbiologia presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, «una quota rilevante delle persone infette rimane non diagnosticata. Molti pazienti convivono per anni con il virus senza sintomi evidenti e arrivano alla diagnosi quando sono già presenti complicanze epatiche avanzate».
Vaccini e nuove terapie
Per l’epatite B è disponibile un vaccino efficace, considerato uno degli strumenti più importanti di prevenzione, anche se a livello globale persistono criticità nella copertura vaccinale e nell’attuazione dei programmi di immunizzazione.
Per l’epatite C, invece, l’introduzione degli antivirali ad azione diretta ha cambiato radicalmente le prospettive terapeutiche. «L’introduzione degli antivirali ad azione diretta per Hcv ha consentito di raggiungere tassi di guarigione superiori al 95% e di eradicare il virus dall’organismo, riducendo il rischio di cirrosi, tumori, trapianti e trasmissione» evidenzia Carlo Federico Perno, direttore della UO di Microbiologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.
L’obiettivo è ampliare l’emersione dei casi
La disponibilità di strumenti di prevenzione, test diagnostici e trattamenti efficaci rende oggi sempre più importante intercettare le persone che non sanno di essere infette. Ampliare gli screening e favorire una diagnosi precoce significa consentire un accesso tempestivo alle cure e ridurre il rischio di complicanze, oltre a limitare la diffusione delle infezioni nella popolazione.
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