Il farmaco italiano vale 70 miliardi: le mosse del Governo per tutelarlo

Il Sottosegretario alla Salute illustra il testo unico sulla farmaceutica e il piano per ridurre la dipendenza dall'estero sulle materie prime
Il Sottosegretario alla Salute illustra il testo unico sulla farmaceutica e il piano per ridurre la dipendenza dall'estero sulle materie prime

Il settore farmaceutico italiano ha raggiunto una posizione di assoluto rilievo nel panorama europeo e mondiale. Con una produzione che sfiora i 70 miliardi di euro e un export di circa 68 miliardi, l’Italia ha superato la Germania e si colloca tra i primi quattro paesi esportatori al mondo. A margine dell’evento Dialoghi sull’Innovazione Accessibile, organizzato da GSK e Adnkronos tenutosi a Roma giovedì 9 aprile, il Sottosegretario al Ministero della salute Marcello Gemmato ha fatto il punto sui temi che stanno tenendo banco al Ministero.

Quello nell’industria farmaceutica èprimato industriale che il Sottosegretario intende consolidare attraverso una riforma legislativa organica: il testo unico sulla legislazione farmaceutica, atteso entro dicembre 2026. Dietro i numeri c’è anche una storia di qualità riconosciuta a livello internazionale, tanto che l’Italia è oggi il primo fornitore farmaceutico del Giappone.

Un quadro normativo da riscrivere

Il punto di partenza della riforma è l’attuale disordine legislativo: due dei principali riferimenti normativi del settore risalgono a regi decreti del 1934 e del 1938, ai quali si sono poi accumulati circa 1.700 provvedimenti successivi. Un labirinto normativo che frena la competitività dell’industria e rende urgente una semplificazione. Il testo unico che il governo intende varare mira a riunire tutto in un perimetro coerente, mettendo al centro il diritto del cittadino all’accesso alle cure farmaceutiche.

Il processo è già avviato: la fase di audizioni degli stakeholder è in corso, prima alla Camera e poi al Senato. Gemmato si dice fiducioso sul rispetto della scadenza di dicembre 2026. Al centro del provvedimento anche una questione strategica che riguarda la sicurezza nazionale: oggi l’80% dei principi attivi necessari per produrre i farmaci salvavita proviene da India e Cina. Un’eventuale interruzione delle forniture lascerebbe l’Italia senza scorte sufficienti nel giro di poche settimane. La dipendenza estera da materie prime farmaceutiche è dunque un rischio geopolitico concreto, che il Governo intende affrontare riportando in Italia la produzione di principi attivi e di eccipienti, recuperando una tradizione della chimica farmaceutica di base che il paese aveva costruito negli anni Ottanta.

Sostenibilità e innovazione: due facce della stessa sfida

L’invecchiamento della popolazione pone al sistema sanitario nazionale una sfida duplice: quella della sostenibilità della spesa e quella dell’adeguatezza delle cure. L’innovazione farmaceutica può essere, secondo Gemmato, un fattore decisivo su entrambi i fronti. Un paziente curato in modo precoce ed efficace non si ricovera, non cronicizza la propria condizione e non genera costi aggiuntivi a carico del sistema. In questo senso, investire in innovazione non è in contraddizione con il contenimento della spesa, ma ne è una leva.

Sul versante della governance della spesa, l’AIFA sta lavorando a una revisione del prontuario farmaceutico per individuare aree di inappropriatezza. Parallelamente si discute di una possibile clausola di salvaguardia, che Gemmato presenta non come misura punitiva verso l’industria, ma come strumento di collaborazione per migliorare le performance del sistema. Il ministro Schillaci ha già segnalato formalmente all’AIFA la necessità di affrontare la crescita della spesa farmaceutica, che è anche effetto diretto dell’innovazione disponibile e dell’allungamento della vita media. 85 anni di vita media: è questo il dato con cui l’Italia si conferma prima in Europa per longevità, un risultato che il Sottosegretario riconduce anche alla qualità della filiera produttiva farmaceutica nazionale, vigilata da AIFA, Comando dei NAS dell’Arma dei Carabinieri e professionisti sanitari formati nelle università pubbliche.

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di Arrigo Bellelli

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