Il SSN sta perdendo la sua essenza

Burocrazia, burnout e l’aziendalizzazione che privilegia il pareggio di bilancio alla cura costituiscono minacce interne al SSN
Burocrazia, burnout e l’aziendalizzazione che privilegia il pareggio di bilancio alla cura costituiscono minacce interne al SSN

Il processo di aziendalizzazione della sanità ha aperto un profondo conflitto fra organizzazione e professione medica e sanitaria, due mondi diversi e distinti che una matrice manifatturiera non è riuscita a saldare né a far convergere efficacemente. L’azienda sanitaria è diventata progressivamente un contenitore di fattori produttivi, e la missione principale del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si è trasformata: non più la cura del paziente al centro, ma il governo dei costi, perseguito attraverso il controllo di quei fattori produttivi che sono, in concreto, i dirigenti sanitari e i medici.

Il risultato è un disagio diffuso: i professionisti si sentono abbandonati, intrappolati in una catena gerarchica che li ingabbia, senza reali possibilità di carriera né di essere ascoltati nell’avanzare le proprie istanze. Eppure, i dati guardano altrove. Secondo uno studio del 2023, il 2026 segnerà l’inversione fra pensionati e laureati, con questi ultimi finalmente in numero superiore. Il margine, oggi sostanzialmente in pareggio attorno alle 15.000 unità per parte, è destinato a crescere progressivamente fino a raggiungere, nel 2032, circa 25.000 laureati a fronte di 10.000 pensionamenti.

A un passo dal cambio di modello

Roberto Speranza, già Ministro della Salute dal 2019 al 2022 sotto i Governi Conte II e Draghi, ha scelto parole nette per descrivere la fase attuale del SSN. «Il SSN è a un momento decisivo della propria storia», ha dichiarato, ammettendo una preoccupazione raramente espressa in pubblico negli ultimi anni. La sua analisi va dritta al cuore del rischio sistemico: «Noi siamo a un millimetro dal cambio di modello», quel modello universalistico di matrice costituzionale che affonda le radici nella stagione di Tina Anselmi e che garantisce il diritto alla cura indipendentemente da ogni altra condizione di vita.

Per Speranza la posta in gioco supera la dimensione amministrativa. «Qui stiamo parlando del cuore del nostro patto sociale», ha sottolineato, distinguendo nettamente questo tipo di sfida da interventi infrastrutturali ordinari: non si tratta di «fare un ponte, di fare una strada, di fare un parco, di fare un marciapiede», ma di difendere il principio per cui di fronte al diritto alla salute si è tutti uguali.

Dentro questa cornice si collocano le richieste concrete della categoria medica: una qualità del tempo di lavoro che non sconfini oltre l’orario prefissato, condizione necessaria per evitare il burnout e tutelare di conseguenza la qualità delle cure erogate; una maggiore flessibilità organizzativa capace di conciliare meglio la vita professionale con quella personale; e infine una struttura che consenta una crescita professionale reale, oggi percepita come bloccata. L’ex Ministro ha chiuso il suo intervento con un appello alla responsabilità condivisa tra sindacato e politica, convinto che solo un’azione congiunta possa allontanare il sistema dal rischio di una trasformazione silenziosa ma profonda.

Tre attori dal fine comune

Rosy Bindi, anch’essa già Ministro della Salute dal 1996 al 2000 sotto i Governi Prodi I e D’Alema, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di un metodo chiaro nella gestione del confronto con la categoria medica. «La fase della contrattazione deve assolutamente tenere il presente le esigenze della professione medica», ha affermato, aggiungendo una condizione che ritiene imprescindibile: che questo dialogo si svolga su un tavolo nazionale unico, perché aprire venti tavoli regionali finirebbe per frammentare lo sforzo collettivo e comprometterne i risultati.

Al centro della sua riflessione vi è un’architettura di responsabilità che, a suo avviso, regge l’intero impianto del SSN. «Il sistema sanitario è un sistema nel quale si incrociano tre grandi responsabilità, quella politica, quella manageriale (che è ineluttabile perché il settore è troppo complesso per non poter, diciamo, prevenire questo tipo di competenza) e naturalmente quella professionale», ha spiegato Bindi, precisando che si tratta di responsabilità autonome e distinte, ma «chiamate a collaborare a un rispetto reciproco e ad un riconoscimento reciproco». Senza questo equilibrio, ha avvertito, il SSN perde la propria identità originaria.

Sul fronte della sostenibilità economica, Bindi ha citato il confronto con la Germania come misura della distanza accumulata negli anni dal nostro Paese in termini di investimento sanitario rispetto al Prodotto Interno Lordo. La sua conclusione è stata un appello alla coerenza di sistema: «Se vogliamo mantenere questo sistema» occorre che «chi può dare dia quando può e chi deve ricevere riceva quanto merita», un principio che Bindi definisce anche una scelta razionale, capace di garantire una sanità tra le più qualitative al mondo. Insieme alla scuola, ha concluso, la sanità resta la risorsa più importante da tutelare, anche attraverso un sistema fiscale più equo.

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di Arrigo Bellelli

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