La riforma che prevedeva l’inserimento dei Medici di Medicina Generale (MMG) nelle Case di Comunità, con il passaggio alla dipendenza almeno per parte dell’orario, è stata abbandonata. La misura, presentata dal Ministro della salute Orazio Schillaci e, poi, rielaborata dalla Conferenza delle Regioni, è stata fortemente osteggiata dai rappresentanti dei medici sia nel merito (la focalizzazione sulle Case di Comunità a discapito degli ambulatori degli MMG) sia nel metodo. Si trattava di un decreto discusso con (e fortemente voluto dalle) Regioni, senza il coinvolgimento dei professionisti sanitari.
«L’errore fondamentale è stato questo: pensare di poter far tabula rasa di tutta la sanità territoriale già esistente per riempire le Case di Comunità. Ma – argomenta Pier Luigi Bartoletti, Vicesegretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG) – la vera vittima sarebbe stata il rapporto di fiducia tra paziente e medico: quel rapporto che è sempre più importante man mano che la popolazione invecchia e che nessuno algoritmo, tecnologia o piattaforma di prenotazione potrà sostituire».
Dove la riforma poteva funzionare
«Di fatto, la riforma avrebbe avuto un senso nelle Regioni dove era già in corso l’esperienza sulla quale era stata modellata: quella delle Case della Salute. Ma quello che i proponenti della riforma non hanno capito, o non hanno voluto capire, è che la presenza delle strutture fisiche non è l’elemento fondamentale: quello che conta è la relazione e il coinvolgimento dei sanitari nel costruire una rete territoriale. È questo che fa la differenza. Dove questa rete esiste grazie al dialogo, non c’è bisogno di leggi, decreti, forzature. «Corruptissima republica, plurimae leges» scriveva Cicerone. Dove ci sono le strutture, ma non abbiamo costruito questa rete, non funzionano».
Cosa vogliono i medici
«I critici ci accusano di avere difeso i nostri privilegi. Ma se siamo così privilegiati e ricchi, come mai nessuno vuole più fare il MMG? All’Italia serve una rete territoriale di medici con sempre più competenze per una popolazione sempre più anziana che sia collegata ad alla rete specialistica. Di questo abbiamo bisogno: lavorare meglio in una sanità che funziona meglio».
«Vorremmo partire con uno standard operativo che si basi sulla realtà. Ovvero, è necessario tenere conto della qualità e non solo quantità di tutte le mansioni e delle prestazioni dei MMG (rispondere telefono, visite in studio, ricette, telemedicina e così via). E vogliamo proteggere il rapporto di fiducia tra medico e assistito, che è essenziale per un percorso di cura personalizzato ma funge anche da insostituibile effetto placebo».
Le reazioni
Guido Bertolaso, Assessore alla sanità della Regione Lombardia, era fra i più strenui difensori della riforma e, secondo quanto riportano fonti regionali, al tavolo con i suoi omologhi e i tecnici del Ministero avrebbe annunciato le proprie dimissioni dal ruolo di Vicecoordinatore degli Assessori. Inoltre, avrebbe definito l’intera vicenda come «avvilente», esprimendo «profondo dissenso e immensa amarezza».
Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed, tramite un comunicato ha commentato: «Lo stop alla riforma della Medicina Generale deve rappresentare l’occasione per riaprire un confronto serio e costruttivo con tutti i medici compresi i medici ospedalieri e i dirigenti sanitari. È necessario, infatti, definire un nuovo modello professionale condiviso, capace di rispondere alle esigenze reali del sistema sanitario e di chi ogni giorno opera negli ospedali e sul territorio».
Cosa succede ora?
«Citando Wiston Churchill possiamo dire che questo non è l’inizio della fine ma la fine dell’inizio» conclude Bartoletti. «Abbiamo perso quattro anni in cui si poteva costruire qualcosa che funzionava. Ora torneremo al tavolo. La nostra posizione è la stessa: le Case di Comunità devono essere un valore aggiunto, non una sigla da riempire a discapito della qualità nell’assistenza».
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