Quando si parla dell’ictus il pensiero comune verge sulla sua fase acuta, ma ci si dimentica dei suoi impatti a lungo termine. Ogni anno nel nostro Paese si registrano circa 120.000 nuovi casi e, dato ancora più significativo, il 75% dei pazienti convive con esiti invalidanti. Il numero assoluto si aggira sul milione di cittadini ed è destinato a crescere visto l’invecchiamento progressivo della popolazione, comportando un carico sempre maggiore per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
La spasticità post-ictus, che colpisce tra il 25% e il 38% dei pazienti entro un anno dall’evento acuto, è la condizione più comune, ma non è l’unica. Si tratta di una complicanza spesso sottovalutata ma altamente invalidante, che compromette la mobilità, provoca dolore, interferisce con il sonno e limita fortemente le attività quotidiane. Ovviamente, i bisogni di cura si traducono anche in maggiore stress per i caregiver che devono assistere i malati colpiti da ictus. Inoltre, ogni anno circa 45.000 persone sviluppano disturbi neurologici invalidanti, ma solamente una parte riceve una diagnosi tempestiva e un trattamento adeguato.
Un punto debole del SSN
«È necessario definire percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali e riabilitativi realmente efficaci e omogenei sul territorio» ha sottolineato la Sen. Murelli durante la conferenza stampa Spasticità post-ictus: una sfida invisibile di sanità pubblica, ospitata presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato il 14 aprile su iniziativa della Senatrice leghista Elena Murelli. A.L.I.Ce. Italia OdV ha dato il suo supporto all’iniziativa. Al centro dell’incontro sono stati la presentazione di un documento di linee guida e raccomandazioni elaborato da clinici, accademici e associazioni dei pazienti per affrontare le principali criticità del sistema.
Maria Concetta Altavista, Direttrice della Neurologia del San Filippo Neri di Roma ha sottolineato che «la spasticità compare spesso dopo l’ictus e ancora troppo frequentemente non viene riconosciuta o trattata in modo appropriato. È fondamentale migliorare la conoscenza dei metodi di cura e intervenire precocemente».
Una presa in carico che sia continua
Secondo la Sen. piacentina «occorre rafforzare la rete assistenziale secondo il modello hub & spoke, con maggiori investimenti nella formazione degli operatori sanitari e campagne informative rivolte a cittadini e caregiver. Cruciale anche l’istituzione di un registro nazionale dell’ictus e l’aggiornamento delle tariffe per le prestazioni, per rendere il sistema più equo e sostenibile». D’accordo le associazioni dei pazienti attraverso le parole di Andrea Vianello, Presidente di A.L.I.Ce. Italia OdV: «L’ictus non si esaurisce nella fase acuta, ma accompagna le persone e le loro famiglie per anni. Serve una presa in carico che garantisca continuità assistenziale, riabilitazione adeguata e supporto ai caregiver».
Critico specialmente il follow up dei pazienti maggiormente gravi. Danilo Toni, Professore Ordinario di Neurologia Università La Sapienza e Direttore Unità trattamento neurovascolare, Policlinico Umberto I di Roma ha evidenziato che «spesso sono proprio coloro che, una volta dimessi, risultano più difficili da gestire a domicilio. Servono servizi territoriali in grado di intercettare questi pazienti e seguirli nel tempo, anche a casa, per evitare un aggravamento della disabilità e un aumento dei costi sanitari».
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