L’incompiuta integrazione fra università e SSN

Ospedali e università sono due mondi distanti: la richiesta dal congresso Anaao Assomed è di pari dignità e responsabilità
Ospedali e università sono due mondi distanti: la richiesta dal congresso Anaao Assomed è di pari dignità e responsabilità

Trent’anni dopo la riforma del Decreto Legislativo 517, il rapporto tra ospedali e atenei resta un nodo irrisolto. Dal congresso Anaao Assomed emerge un quadro netto: la riforma che doveva far convergere assistenza, didattica e ricerca ha prodotto invece squilibri sistematici, quasi sempre a sfavore della componente ospedaliera.

Modelli regionali disomogenei, criteri nazionali assenti, rapporti di forza locali che prevalgono dove manca una governance efficace: questo l’impianto descritto dal gruppo tesi congressuale, che parla apertamente di troncatura delle carriere gestionali ospedaliere a fronte di un’espansione della presenza universitaria nelle aziende sanitarie. Un fenomeno aggravato, secondo i relatori, dall’uso improprio della rete formativa come leva di collocamento per le strutture universitarie, e da una crisi di attrattività della professione medica che solo trent’anni fa sarebbe stata impensabile. Le proposte sindacali e gli interventi dei relatori istituzionali convergono su un punto: senza una riforma profonda delle regole d’ingaggio tra i due mondi, il sistema rischia di restare prigioniero di un’ambiguità irrisolta.

Che sia vera integrazione e non subordinazione

A tracciare la diagnosi più dettagliata è stato Stefano Magnone, del gruppo tesi congressuale di Anaao Assomed, che ha definito quella tra Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e università «un’integrazione ancora incompiuta», segnata dal fatto che i due sistemi «rispondono a logiche istituzionali e regole d’ingaggio clinico diverse». Una distanza che si è tradotta, negli anni, in uno strumento di espansione organizzativa più che di reale collaborazione: per Magnone «l’estensione della direzione universitaria sulle strutture del SSN deve finire», così come va arginato il rischio che «la rete formativa rischia di diventare leva d’espansione organizzativa», sottraendo spazio alle carriere ospedaliere.

Da questa analisi sono nate proposte concrete, articolate su quattro pilastri: «Regole chiare su governance e organizzazione, separare la funzione formazione dalla governance assistenziale, procedure pubbliche e trasparenti per le direzioni di struttura e pieno riconoscimento del ruolo formativo del personale SSN». La sintesi della posizione sindacale è racchiusa in una formula netta: «Integrazione sì, subordinazione no». Per Magnone le carriere «devono essere equilibrate e contendibili», e i due sistemi devono potersi confrontare ad armi pari: «SSN e università devono avere pari dignità e responsabilità». La conclusione richiama un principio semplice quanto disatteso nella pratica quotidiana delle aziende sanitarie: «Una buona formazione richiede regole chiare, trasparenza ed equilibrio».

A rafforzare la denuncia è intervenuto anche Vincenzo Bottino, presidente ACOI, che ha raccontato di essere andato a verificare personalmente quante Aziende Ospedaliero-Universitarie in Italia dispongano del previsto decreto ministeriale: solo due, Salerno e Udine. Un dato che, a suo dire, certifica quanto la norma resti largamente disapplicata sul territorio nazionale.

Riformare attraverso il confronto

Beatrice Lorenzin, componente della Commissione Bilancio del Senato e già Ministra della Salute dal 2013 al 2018 nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, ha affrontato il tema partendo da una premessa di metodo: «Le cose non rimangono immutabili», sottolineando che da allora il contesto normativo è radicalmente cambiato. «Ci troviamo in un nuovo sistema perché c’è stata la riforma del Titolo V, quindi non sussistono più neanche le stesse regole del gioco», ha spiegato, individuando una duplice criticità che si somma alle difficoltà strutturali del comparto: «abbiamo una crisi, diciamo, di fondo che è non solo la prima crisi di tipo di sostenibilità del SSN, ma abbiamo anche una crisi di attrattività», fenomeno «che nessuno avrebbe mai immaginato trent’anni fa».

L’integrazione passa anche da una più chiara distinzione dei compiti tra i due mondi, accompagnata però da percorsi di crescita reali per chi lavora: «L’università deve fare formazione e chi lavora in ospedale deve crescere, non può esserci solo l’infermiere e il primario». Da qui la sua parola d’ordine: «Riforma, attraverso un dibattito aperto».

Lorenzin ha riconosciuto apertamente i limiti della normativa attuale, segnata dal tempo trascorso dalla sua entrata in vigore: «La norma ha degli elementi di conflittualità con la realtà dettati dal tempo trascorso da quando è entrata in vigore». Una conflittualità che, a suo avviso, può essere superata solo attraverso un atteggiamento di reciproca considerazione tra gli attori coinvolti: «Ci deve essere un rispetto reciproco fra tutti gli attori in campo». Infine, ha esteso la necessità di cambiamento anche al mondo accademico, chiamato a sua volta a un aggiornamento delle proprie funzioni: «Anche l’università necessita di essere riformata poi. Essa deve formare, fare ricerca e formazione tecnologica».

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di Arrigo Bellelli

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