Oltre 8 milioni di italiani bevono troppo

Dai dati dell’ISS emerge un cambio culturale: cresce il consumo fuori pasto e il binge drinking, soprattutto tra giovani e donne
Dai dati dell’ISS emerge un cambio culturale: cresce il consumo fuori pasto e il binge drinking, soprattutto tra giovani e donne

Si è appena chiuso il Vinitaly, la kermesse veronese che ogni anno celebra il vino italiano davanti al mondo. Un appuntamento che ha il sapore di un rito identitario, prima ancora che di una fiera: l’Italia è il primo produttore mondiale di vino, con oltre 45 milioni di ettolitri imbottigliati nel 2024, 528 denominazioni tra DOP (Denominazione d’Origine Protetta) e IGP (Indicazione Geografica Protetta) e una cultura del bere che affonda le radici nella tradizione mediterranea.

«Eppure, mentre stappiamo bottiglie per il mondo intero, il nostro rapporto con l’alcol sta cambiando e non in meglio. Si beve sempre più frequentemente fuori pasto e allo scopo di ubriacarsi, soprattutto se si è giovani o donne. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Claudia Gandin, Prima ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Consigliera nazionale della Società Italiana di Alcologia, che ci ha guidato attraverso i nuovi dati Sistema di Monitoraggio Alcool Correlato dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’ISS, che elabora ogni anno i dati sul consumo raccolti dall’Istat.

Dott.ssa Gandin, qual è il comportamento degli italiani con l’alcol?

La Prima ricercatrice Claudia Gandin

«Lo scenario è abbastanza allarmante: si contano 8.200.000 consumatori a rischio, ovvero italiani che consumano alcol a livelli tali da aumentare il rischio di malattie evitabili. Quali? Quelle che tutti conoscono, come la cirrosi epatica, e quelle meno note, come le malattie cardiovascolari e soprattutto il cancro. Questi consumatori rischiosi non sono pazienti: sono persone normali che eccedono rispetto alle indicazioni delle linee guida nutrizionali. Le linee guida, va detto, non pongono il consumo a zero, perché a qualsiasi livello di consumo esiste comunque un rischio. Tuttavia, i consumatori rischiosi sono quelli che superano le raccomandazioni. Accanto a questo gruppo, esistono poi i binge drinker e i consumatori dannosi, stimati tra i 730.000 e i 780.000, stabili da vent’anni: quello che in gergo chiamiamo lo “zoccolo duro”. Si tratta della punta dell’iceberg che non emerge mai perché meno del 10% risulta intercettato dai servizi».

Da chi è composta questa platea di consumatori a rischio?

«Tra gli 8.200.000 consumatori a rischio ci sono alcune categorie che destano particolare preoccupazione. La prima è quella dei minori: 580.000 ragazzi al di sotto dei 18 anni. Per un minore qualsiasi consumo è già consumo a rischio, sia per ragioni di legge, che vieta la vendita e la somministrazione di bevande alcoliche, sia per ragioni fisiologiche: il sistema enzimatico deputato a metabolizzare l’alcol, l’alcol deidrogenasi, nell’organismo giovane è immaturo».

«Lo stesso fenomeno si ripresenta nell’anziano: oltre i 65 anni l’enzima perde progressivamente competenza, e bastano quantità minime per produrre un danno. I maschi ultra sessantacinquenni rappresentano la seconda categoria critica: le linee guida nutrizionali raccomandano per loro non più di un’unità alcolica al giorno, anche perché spesso assumono farmaci che possono interferire con la risposta terapeutica e presentano numerose comorbilità».

«La terza categoria è quella delle donne tra i 18 e i 24 anni. Questa fascia preoccupa in modo particolare perché gli estrogeni, molto rappresentati in età fertile, amplificano il rischio oncologico: bastano 10 grammi di alcol al giorno (ovvero meno di una lattina piccola da 330 ml) per aumentare del 7% il rischio di cancro alla mammella. In presenza di familiarità, quella percentuale sale al 27%. Le linee guida nutrizionali fissano il limite a non più di un’unità alcolica al giorno per le donne, due per gli uomini, zero per i minori, uno per gli anziani, zero in gravidanza e zero alla guida».

Dopo averci spiegato cos’è un’unità alcolica, ci dica cosa dobbiamo fare per recuperare questi oltre 8 milioni di italiani

«In Italia l’unità standard corrisponde a 12 g di alcol puro, che si trovano ad esempio in una lattina piccola da 330 ml. Una lattina da 660 ml equivale già a due unità: un maschio che la beve ha raggiunto il limite giornaliero raccomandato dalle linee guida».

«Recuperare gli oltre 8 milioni di consumatori a rischio significa anzituttointercettarli precocemente, prima che sviluppino dipendenza o patologie. Oggi, però, questo non accade: a livello nazionale intercettiamo meno del 10% degli aventi diritto a un trattamento, e li intercettiamo tardivamente, quando il danno è già manifesto. Per cambiare rotta occorre un’azione su più fronti. Il Medico di Medicina Generale (MMG) non è sufficiente da solo: un giovane, se sta bene, dal medico non ci va. Bisogna quindi agire negli ambienti sportivi, nel mondo del lavoro, nelle università».

«Fondamentale è anche la rete territoriale differenziata: un giovane che arriva al pronto soccorso per un’intossicazione alcolica, una volta superata la fase acuta, deve poter essere indirizzato a una struttura che lo prenda in carico. Oggi quella rete spesso non esiste, o è distribuita in modo disomogeneo sul territorio nazionale. I servizi stessi devono essere differenziati: mettere insieme tossicodipendenti e alcol dipendenti in una stessa struttura può scoraggiare l’accesso. Infine, serve formazione obbligatoria per i professionisti della salute: medici, infermieri, fisioterapisti escono dai corsi universitari senza alcuna nozione di alcologia, e questo è un deficit strutturale che va colmato con urgenza».

In cosa consiste il fenomeno del binge drinking e qual è l’identikit del binge drinker?

«Il binge drinking nel termine scientifico corretto è consumo episodico eccessivo, ossia bere per ubriacarsi tramite un consumo occasionale ma di quantità elevate. In Italia i binge drinker sono circa 4,5 milioni e il fenomeno è in crescita costante. La categoria più colpita, in termini di aumento percentuale, è quella delle donne: in dieci anni il binge drinking femminile è cresciuto di circa l’80%. I numeri assoluti restano più contenuti rispetto ai consumatori rischiosi, ma la tendenza è allarmante».

«Il profilo prevalente del binge drinker è quello del giovane adulto tra i 18 e i 44 anni. Tra di loro si contano però anche 79.000 minori: un numero che in termini assoluti può sembrare limitato, ma che sul piano della salute pubblica rappresenta già un grande insuccesso. Con l’avanzare dell’età il fenomeno tende a ridursi perchè le responsabilità lavorative e familiari non si conciliano con il bere per ubriacarsi, ma nel complesso è in aumento. Quello che rende questo fenomeno ancora più preoccupante è il contesto culturale in cui si inserisce: la cultura del bere italiana nasce come cultura mediterranea, fatta di consumo a pasto, a stomaco pieno, in occasioni conviviali, sotto il controllo dell’adulto. Oggi quel modello non c’è più».

Quali sono le conseguenze di questa nuova abitudine?

«In Italia si beve sempre più fuori pasto. Ci sono le happy hour, le apericena, occasioni che attraggono soprattutto le donne, ma che riguardano anche gli anziani: un’apericena costa poco, offre cibo e compagnia rispetto alla solitudine domestica, ed è costruita commercialmente in modo da risultare attraente. Il consumo fuori pasto è tipicamente femminile, nonostante il binge drinking sia in aumento anche tra i maschi. Vent’anni fa il fuori pasto in Italia semplicemente non esisteva. Oggi è entrato nella nostra cultura e continua a espandersi».

«Le conseguenze di questi cambiamenti si leggono nei dati: è aumentato il consumo medio pro capite di alcol. La cirrosi epatica scompensata è una condizione devastante, non solo per chi ne è affetto, ma per l’intera famiglia. Il quadro si aggrava se si considera che i consumatori dannosi sono stabili da vent’anni».

Chi sono i consumatori dannosi e perchè fanno aggravare il quadro?

«I consumatori dannosi sono coloro che hanno già sviluppato un danno d’organo, pur non essendo formalmente classificati come alcol dipendenti, anche se ne sono molto vicini. Sono tra i 730.000 e i 780.000 da vent’anni: questo zoccolo duro non si smuove, non perché la situazione sia sotto controllo, ma perché il sistema non riesce a intercettarli. Neanche un decimo di loro è preso in carico dai servizi».

«Le ragioni di questo deficit sono strutturali. Innanzitutto, le strutture per l’accoglienza non sono uniformemente distribuite sul territorio nazionale: in alcune regioni esistono numerosi servizi, in altre quasi nessuno. C’è poi un problema di appropriatezza: un alcol dipendente può non sentirsi a proprio agio in un servizio condiviso con utenti tossicodipendenti, ed è un problema che emerge in modo analogo anche con il gioco d’azzardo, che non prevede dipendenza da sostanze».

«Anche il Pronto Soccorso potrebbe svolgere un ruolo di intercettazione (pensiamo a un giovane portato in ospedale per un’intossicazione acuta) ma nella pratica questo aggancio non avviene: il paziente viene stabilizzato e poi dimesso, senza che scatti nessun invio a una struttura territoriale. Manca la rete, manca la continuità. E così il danno si consolida, la dipendenza avanza e l’occasione di intervenire si perde».

Come possiamo iniziare a intercettare questi utenti prima che sviluppino gravi conseguenze di salute?

«L’alcologia è assente dai curriculum universitari italiani, e questo rappresenta uno dei deficit più gravi del nostro sistema. MMG, infermieri, fisioterapisti: nessuno di loro, nella formazione di base, riceve una preparazione adeguata sull’alcol e sui suoi effetti. Io sono uscita dalla laurea in medicina senza alcuna conoscenza di alcologia: l’ho acquisita solo dopo una specializzazione in gastroenterologia e poi lavorando direttamente nel settore».

«È una lacuna che ha conseguenze dirette: l’identificazione precoce e l’intervento breve (gli strumenti più efficaci per intercettare i consumatori a rischio prima che sviluppino dipendenza o patologie) non vengono applicati perché chi dovrebbe applicarli non li conosce. L’Italia è tra i paesi europei con i livelli più bassi di conoscenza in materia: meno di uno su quattro medici, già dieci anni fa, conosceva i principi dell’alcologia e dell’intervento breve nell’assistenza sanitaria primaria. L’ISS sta lavorando per rendere questa formazione obbligatoria, non solo in medicina ma anche nelle scienze infermieristiche e nelle professioni sanitarie affini. L’obiettivo è costruire una rete di professionisti capaci di riconoscere il rischio e intervenire tempestivamente, prima che il consumo rischioso diventi danno conclamato».

In Europa la situazione è la stessa?

«L’Italia è il fanalino di coda in Europa per conoscenze in alcologia e per la capacità di identificazione precoce e intervento, in particolare nell’assistenza sanitaria primaria. Il problema dell’obbligatorietà della disciplina nei curriculum universitari esiste anche in altri paesi europei, ma in nessuno è così acuto come in Italia. Scienze infermieristiche, fisioterapia, medicina di base: ovunque mancano formazione e consapevolezza, ma l’Italia rimane il caso più critico. Infatti, studi condotti su scala europea hanno intervistato medici di diversi paesi: in Italia meno di uno su quattro conosceva i principi dell’alcologia e dell’intervento breve già dieci anni fa. Inoltre, nonostante tempo fa fossimo un esempio virtuoso, oggi tra i paesi produttori di vino solamente la Lettonia ha un tasso di consumo maggiore del nostro».

Come possiamo invertire la marcia?

«L’Osservatorio Nazionale Alcol dell’ISS ha elaborato un decalogo rivolto sia alla popolazione che ai decisori politici. Al primo posto c’è l’identificazione precoce del rischio, con un intervento di counseling breve per ridurre il carico di malattia. A seguire, c’è il potenziamento della rete dei curanti (perché i soggetti vengano davvero presi in carico dai servizi e non rimangano fuori dal sistema), la diffusione di una corretta alfabetizzazione sanitaria e un focus specifico sui giovani e sul contesto scolastico, con prevenzione, promozione della salute e approccio individuale. Non dobbiamo tralasciare poi la formazione obbligatoria per i professionisti sanitari, il coinvolgimento del mondo dello sport, la formazione degli esercenti sul rispetto delle norme e, infine, lo stanziamento di risorse dedicate alla prevenzione, che oggi in Italia non vengono più finanziate».

Un messaggio finale con il quale ci vuole lasciare?

«Sul piano scientifico, il riferimento è al nuovo studio svedese che ha aggiornato il principio “less is better” in “less is better than more“: meno è meglio che di più. Non si tratta solo di promuovere l’astinenza, che rimane il gold standard, come indica il Codice Europeo contro il Cancro dove da febbraio dell’anno scorso la raccomandazione è di “evitare” e non più “limitare”, ma di riconoscere che anche la sola riduzione del consumo produce benefici concreti e documentati: a livello cardiovascolare, della salute cerebrale, del rischio oncologico, della fertilità maschile e femminile, del rischio di aborto spontaneo. Un messaggio pensato per chi non riesce ad avere come obiettivo l’astinenza totale: anche bere meno fa la differenza».

Iscriviti alla newsletter di Bees Sanità Magazine

Facebook
X
LinkedIn
WhatsApp

Ti potrebbe anche interessare:

di Arrigo Bellelli

ARTICOLI CORRELATI

Vedi tutti gli articoli della sezione:

Banner MAG 600x600px_Tavola disegno 1

Vuoi contribuire alla discussione?

Cosa ne pensi di questo tema? Quali sono le tue esperienze in materia? Come possono divenire spunto di miglioramento? Scrivi qui ed entra a far parte di B-Sanità: una comunità libera di esperti ed esperte che mettono assieme le loro idee per portare le cure universali nel futuro.

Cerca

Compila il form per scaricare il Libro bianco

ISCRIVITI