Trapianto polmonare: la rete deve avvicinarsi al paziente

Il trapianto di polmone cresce, ma il modello centralizzato non regge più: per Bennett serve un assetto che porti le cure vicino a casa
Il trapianto di polmone cresce, ma il modello centralizzato non regge più: per Bennett serve un assetto che porti le cure vicino a casa

Il trapianto di polmone in Italia resta una disciplina che deve crescere, ma pesa sempre di più all’interno della pneumologia. Il primo intervento nel Paese risale al 1990, poi i centri hanno consolidato la loro attività. Negli ultimi dieci anni l’Italia si ferma intorno ai 150 trapianti l’anno e per il 2026 le stime indicano circa 180 interventi. Nel mondo si superano i 3000 trapianti l’anno, secondo i dati della International Society for Heart and Lung Transplantation.

Anche le indicazioni cambiano: le fibrosi polmonari hanno superato la BPCO e oggi guidano le richieste. Il sistema di allocazione, nato negli Stati Uniti e poi arrivato in Europa, dà la precedenza a questi pazienti, perché la malattia uccide in fretta e il beneficio è maggiore. La fibrosi cistica, che un tempo pesava per quasi un terzo dei candidati, ha lasciato le liste grazie ai modulatori del gene CFTR.

I risultati reggono il confronto internazionale. Il registro internazionale, con dati americani, indica una sopravvivenza media di 6-7 anni dopo l’intervento. In Europa, Italia compresa, la mediana supera quel valore di un anno. «La platea dei trapiantati cresce, invecchia e vive ovunque nel Paese. Per questo ogni pneumologo deve conoscere i bisogni di questi pazienti» spiega David Bennett, pneumologo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese.

Dal centro unico alla rete hub and spoke

Per anni il centro trapianti ha fatto tutto: selezione del candidato, intervento e follow-up. Oggi questo modello mostra i suoi limiti. Le unità trapiantologiche ricevono telefonate e-mail per problemi di medicina generale e dedicano tempo a questioni che non richiedono alta specialità.

Bennett propone una rete a tre livelli. Il primo livello sta vicino a casa: medico di famiglia e Casa di Comunità possono eseguire esami ematochimici mensili, controllare creatinina e colesterolo, fare una spirometria semplice. Il secondo livello è una pneumologia regionale capace di eseguire tac, broncoscopie con biopsie transbronchiali e diagnosi eziologiche. Un anatomopatologo locale può confrontarsi con il collega del centro trapianti. Il terzo livello, il centro, tiene la diagnostica più fine, i trattamenti particolari e i trial clinici.

La Toscana prova già questo schema. Siena fa da hub, le pneumologie universitarie di Firenze e Pisa fungono da Spoke di secondo livello, mentre le pneumologie delle tre aree vaste agiscono da Spoke di primo livello. Un PDTA in fase avanzata di approvazione scriverà nero su bianco chi fa che cosa e quando, vincolando le direzioni nella discussione dei budget.

Serve anche un linguaggio comune. Una survey internazionale su 72 centri ha mostrato un follow-up senza regole condivise: Siena ripete la TC ogni sei o otto mesi, ma nessun riferimento scientifico lo impone. Un semaforo a tre colori potrebbe offrire quel linguaggio: verde per il paziente stabile, giallo per i punti critici, rosso per la situazione che nessuno dovrebbe raggiungere. Alla base resta la spirometria, perché guida la diagnosi di rigetto cronico e la prognosi. La telemedicina aiuta, ma non basta consegnare uno spirometro a casa.

Il Sud senza centri: una barriera fisica

Il trapianto di polmone nasce in Italia soprattutto al Centro-Nord e la distribuzione non è cambiata. Il problema supera il trapianto: anche in oncologia i pazienti salgono da anni dal Sud al Nord per cercare cure che la loro Regione non offre. Tutto il Meridione, con la sua enorme popolazione, trova riferimento soltanto nei centri di Palermo e Roma. Per Bennett questo assetto è del tutto insufficiente.

Il servizio sanitario universalistico fallisce perché non garantisce così lo stesso accesso a chi vive in Regioni senza centro. Puglia, Calabria e Campania sono Regioni popolosissime, ma non hanno né un centro trapianti né uno Spoke riconosciuto. «Un malato calabrese o pugliese non dovrebbe essere più sfortunato di uno toscano o lombardo davanti alla stessa malattia» ha denunciato lo pneumologo.

La distanza pesa sulla vita quotidiana. Un paziente fragile che sale a Siena per una radiografia e una spirometria al mese affronta in media dieci ore di viaggio. Il centro trapianti non vuole scaricare il malato e lo rivede comunque due o tre volte l’anno. Cambia però molto fare dieci ore di strada poche volte o viaggiare due o tre ore ogni mese. Anche chi vive in una Regione con un centro spesso abita lontano da esso. I medici del centro trapianti ricordano che le emergenze arrivano al pronto soccorso più vicino a casa, magari a mille chilometri dal centro, di notte o nel weekend, quando non c’è una reperibilità sempre disponibile.

Servono nodi pneumologici riconosciuti che servino equamente tutte le Regioni. Il medico ammette che il modello toscano funziona meglio in un sistema pubblico e fatica nei contesti più privatistici, ma ricorda che la sanità italiana deve diventare democratica. Per lui la situazione attuale è «inaccettabile» e bisogna «rendere veramente universalistica la salute nel nostro paese».

Formazione e referral precoce contro le barriere culturali

La rete non nasce senza competenze. Bennett segnala la scarsa formazione trapiantologica che gli pneumologi italiani ricevono e chiede di portare il trapianto di polmone nelle scuole di specializzazione. La Transplant Academy, alla terza edizione, si terrà a Firenze il 10 e l’11 novembre e riserva posti ai soci SIP e AIPO. Regioni e associazioni dei pazienti completano il quadro: le seconde spingono per la rete e sostengono anche la formazione.

Il secondo ostacolo riguarda i tempi. Letizia Morlacchi, specialista di Pneumologia e Fibrosi Cistica del Policlinico di Milano, chiede un referral precoce. Questo non equivale a inserimento precoce in lista. L’organo giusto può tardare, per un gruppo sanguigno raro, per la statura o per immunizzazioni dovute a trasfusioni o gravidanze. Referral precoce significa condividere una TAC, un documento o una telefonata, non per forza fare una visita. Nella fibrosi polmonare idiopatica i farmaci rallentano la progressione ma non curano, e solo il trapianto cambia la prognosi. Aspettare sei mesi di terapia antifibrotica può significare arrivare troppo tardi. Conoscere presto il centro motiva il malato e dà tempo di correggere il peso, la massa muscolare e il sostegno psicologico, ostacoli che non sono insuperabili.

Iscriviti alla newsletter di Bees Sanità Magazine e aggiungi beesanitamagazine.it tra le tue fonti preferite di Google

Facebook
X
LinkedIn
WhatsApp

Ti potrebbe anche interessare:

di Arrigo Bellelli

ARTICOLI CORRELATI

Vedi tutti gli articoli della sezione:

Banner MAG 600x600px_Tavola disegno 1

Vuoi contribuire alla discussione?

Cosa ne pensi di questo tema? Quali sono le tue esperienze in materia? Come possono divenire spunto di miglioramento? Scrivi qui ed entra a far parte di B-Sanità: una comunità libera di esperti ed esperte che mettono assieme le loro idee per portare le cure universali nel futuro.

Cerca

Compila il form per scaricare il Libro bianco

ISCRIVITI