Psilocibina, al via in Italia la prima sperimentazione clinica sulla depressione resistente

A Chieti trattata la prima paziente nell’ambito di uno studio randomizzato che integra farmaco e stimolazione magnetica transcranica.
psilocibina sperimentazione

È iniziata a Chieti la prima sperimentazione clinica italiana che prevede l’impiego della psilocibina nel trattamento della depressione resistente ai farmaci. La prima somministrazione è avvenuta il 4 febbraio 2026 nella clinica psichiatrica dell’ospedale “Santissima Annunziata”.

A ricevere il trattamento è stata una donna di 63 anni. L’équipe guidata da Giovanni Martinotti, direttore dell’unità operativa e professore ordinario all’università Gabriele d’Annunzio, ha somministrato una compressa contenente il principio attivo dei cosiddetti funghi psichedelici. La procedura, secondo quanto comunicato dai ricercatori, si è svolta senza complicazioni immediate e la paziente è stata trattenuta in osservazione, come previsto dal protocollo sperimentale.

Come funziona il trial

Lo studio è stato impostato secondo criteri metodologici rigorosi. Si tratta di un trial randomizzato e in doppio cieco: né i pazienti né i medici sanno se venga somministrata la psilocibina o un placebo. Questo significa che anche la prima paziente potrebbe aver ricevuto una compressa inattiva. L’obiettivo è valutare in modo controllato l’efficacia e la sicurezza del trattamento. Il protocollo prevede una seconda somministrazione dopo tre settimane e un successivo monitoraggio clinico per osservare l’evoluzione dei sintomi nel medio periodo.

Una risposta per chi non migliora con le terapie tradizionali

La sperimentazione è riservata a persone con depressione resistente, una forma del disturbo che non trae beneficio adeguato dagli antidepressivi comunemente utilizzati. Si tratta di pazienti che, nonostante più tentativi terapeutici, continuano a manifestare sintomi persistenti e invalidanti. In questo contesto, la ricerca di nuove opzioni terapeutiche rappresenta un ambito di interesse crescente nella psichiatria clinica, anche alla luce dei dati internazionali che negli ultimi anni hanno riacceso l’attenzione sull’impiego controllato di sostanze psichedeliche in ambito medico.

L’integrazione con la Tms

Lo studio condotto a Chieti non si limita alla somministrazione del farmaco. Il protocollo prevede infatti l’utilizzo combinato della stimolazione magnetica transcranica (Tms), una tecnica non invasiva che agisce attraverso impulsi magnetici diretti a specifiche aree cerebrali. Tutti i partecipanti ricevono un trattamento con Tms, ma secondo una distribuzione differenziata: chi assume il placebo farmacologico viene sottoposto a Tms attiva, mentre chi riceve la psilocibina è trattato con una stimolazione simulata. Questa scelta metodologica consente di mantenere il confronto tra gruppi garantendo al tempo stesso che ciascun paziente abbia accesso a un intervento potenzialmente efficace.

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di Sara Claro

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