Case di Comunità, chi comunica con i cittadini?

Il terzo settore ha la capillarità che alle istituzioni non hanno: indica nella coprogettazione la chiave per non sprecare questo patrimonio di prossimità

Le Case di Comunità rappresentano uno dei cantieri più aperti della sanità territoriale italiana: strutture che nascono con un mandato preciso, ovvero avvicinare i servizi ai cittadini, ma che richiedono, per funzionare davvero, un ecosistema ben più ampio delle sole competenze cliniche. Antonella Romanini, Responsabile degli ambulatori melanomi, sarcomi e Tumori Rari dell’U.O. Oncologia Medica 1 dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Chiara a Pisa, voce del terzo settore in questa stagione di riorganizzazione del welfare, porta nel ragionamento una prospettiva che parte dal basso: quella delle associazioni, dei volontari, delle reti di prossimità che ogni giorno operano nei territori e che con queste nuove strutture dovranno costruire un rapporto stabile e produttivo.

Il punto di partenza riguarda la fase di progettazione delle case di comunità e il ruolo che il terzo settore può svolgere già in questo momento, prima ancora che i presidi entrino a pieno regime. Romanini si sofferma sul tema della comunicazione come fattore critico: raggiungere i cittadini, spiegare cosa accade all’interno di questi spazi, orientarli nei nuovi percorsi di cura è un compito che richiede capillarità e radicamento, qualità che le associazioni del territorio portano per definizione.

Profili professionali, volontariato e DM 77: dove si colloca il terzo settore

Il ragionamento si allarga poi alla questione delle figure professionali che potrebbero facilitare la comunicazione tra operatori, pazienti e istituzioni in una fase di trasformazione tanto rapida quanto delicata. Romanini introduce quindi profili mutuati da esperienze internazionali, cioè modelli anglosassoni già collaudati in contesti di cambiamento sistemico, e ne valuta la trasferibilità nel sistema italiano.

Si apre così un secondo livello di riflessione, che tocca il tema dell’integrazione delle associazioni e dei loro volontari all’interno delle Case di Comunità in modo più strutturato. Il DM 77 entra come riferimento normativo: Romanini ne esamina le previsioni riguardo agli spazi riconosciuti alle associazioni, distinguendo tra una presenza alternata e una presenza stabile, e collocando questa distinzione nel quadro di ciò che oggi è già previsto e di ciò che invece resta ancora da costruire nel tempo.

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di Tommaso Vesentini

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