Riforma della sanità territoriale, medici e sindacati contro il progetto

Critiche alla riorganizzazione della sanità territoriale proposta da Orazio Schillaci: nel mirino Case della Comunità, ruolo dei medici di base e sostenibilità del nuovo modello

La riforma della sanità territoriale presentata lo scorso 23 aprile dal Ministero della Salute accende il confronto con il mondo medico. Sindacati e Ordini professionali hanno infatti espresso netta contrarietà al progetto, sollevando dubbi su impostazione, tempi e modalità di attuazione della riforma.

I punti critici

Nel mirino c’è in particolare il riassetto dell’assistenza territoriale e il rafforzamento delle Case della Comunità, considerate uno dei pilastri della nuova organizzazione. Le organizzazioni dei medici temono che il modello possa incidere negativamente sul ruolo della medicina generale, senza garantire al contempo un reale miglioramento dei servizi per i cittadini.

Inoltre, tra i punti più critici della riforma della sanità territoriale evidenziati dai rappresentanti della categoria c’è il rischio di una riduzione dell’autonomia dei medici di medicina generale, chiamati a operare all’interno di strutture più organizzate e integrate.

La preoccupazione riguarda anche il possibile aumento degli obblighi organizzativi e burocratici, a fronte di risorse che non sempre appaiono adeguate. Il timore è che la riforma possa tradursi in un cambiamento formale più che sostanziale, senza incidere davvero sull’efficienza dell’assistenza territoriale.

Un altro elemento centrale del dibattito riguarda la concreta realizzabilità del nuovo modello. La trasformazione della sanità territoriale richiede infatti investimenti significativi, non solo in termini di strutture ma anche di personale, tecnologie e sistemi informativi.

Le case di comunità

Secondo sindacati e Ordini, senza un rafforzamento reale di questi aspetti il rischio è che le Case della Comunità restino contenitori organizzativi privi delle condizioni necessarie per funzionare a pieno regime. La questione non è quindi solo progettuale, ma soprattutto operativa.

Le Case della Comunità rappresentano uno degli elementi cardine della riforma: strutture territoriali pensate per garantire una presa in carico integrata dei pazienti, soprattutto cronici e fragili, attraverso la collaborazione tra diverse figure professionali.

L’obiettivo dichiarato nella riforma è quello migliorare la continuità assistenziale e ridurre la pressione sugli ospedali. Tuttavia, proprio su questo punto emergono le maggiori perplessità: senza una rete realmente funzionante e senza un adeguato coordinamento tra i diversi livelli di assistenza, il rischio è che il modello non riesca a esprimere il proprio potenziale.

«Il problema non è il modello, ma la sua attuazione»

«Già da anni stiamo incentivando il lavoro in team e in sedi uniche. Su questo non ci sono obiezioni: il problema non è il modello, ma la sua attuazione» – così Pier Luigi Bartoletti, vice segretario nazionale vicario della Fimmg.

«Le difficoltà emergono soprattutto sul fronte delle infrastrutture e della rete. Senza strumenti per condividere dati, attivare second opinion o gestire percorsi integrati, il lavoro in team rischia di restare una somma di attività isolate. A questo si aggiunge una forte disomogeneità tra territori: dove esistono infrastrutture consolidate l’attuazione è più semplice, mentre nelle realtà meno organizzate le difficoltà aumentano».

«La centralizzazione, se non accompagnata da un rafforzamento diffuso della rete territoriale, può infatti ridurre la prossimità delle cure. Non riduciamo i bisogni di salute, ma li spostiamo, evidenziando il rischio di replicare dinamiche già viste in altri ambiti della sanità. Serve una visione di sistema non di comparto. Oggi i diversi attori sanitari, come la medicina generale, gli ospedali e le farmacie, non sono davvero connessi tra loro».

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di Bernardino Ziccardi

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