Il long COVID non è ancora finito. Per milioni di persone nel mondo la fase acuta dell’infezione da SARS-CoV-2 ha lasciato il posto a una condizione cronica, invalidante e ancora largamente priva di risposte terapeutiche certe. Eppure, nonostante le evidenze scientifiche si siano accumulate con una velocità senza precedenti nella storia della medicina, il sistema sanitario non ha tenuto il passo.
L’evento organizzato ieri al Senato dal Senatore PD Andrea Crisanti ha provato a colmare questa distanza, riunendo attorno allo stesso tavolo ricercatori, clinici, rappresentanti delle associazioni di pazienti e Parlamentari per parlare di un tema che, come ha sottolineato la Senatrice M5S Maria Domenica Castellone, ha incontrato per anni il muro dell’incomprensione. Ne è emerso un quadro articolato: una patologia poligenica ed epigenetica con manifestazioni che attraversano ogni distretto corporeo, un’epidemiologia sottostimata, percorsi diagnostico-terapeutici ancora frammentari e una sfida neurodegenerativa che potrebbe manifestarsi nella sua piena portata solo tra un decennio. Agire adesso è l’unica opzione responsabile.
L’alleanza tra pazienti, ricercatori e clinici
Il long COVID non è soltanto una questione medica: è anche una questione di riconoscimento istituzionale, di risorse e di volontà politica. La scienza ha fatto luce su questa patologia, ma il sistema non ha ancora risposto con la stessa velocità. Tomaso Antonacci, Presidente di Long COVID Belgio e membro di Long COVID Europe, porta l’esperienza belga come modello di riferimento: anche lì il percorso è stato lungo, fatto di risoluzioni parlamentari, indagini sui pazienti e progressi parziali. Disinvestire oggi non genera risparmio: sposta i costi nel futuro e li amplifica. Il messaggio che emerge è netto: la domanda per i governi non è quanto costa il long COVID al sistema sanitario, ma quale sia il costo di non ripristinare la capacità lavorativa delle persone colpite.
Castellone richiama il quadro normativo sul diritto alla salute: incomprimibile per definizione, nessun vincolo di bilancio può giustificare di non tutelare. Crisanti indica invece nella politica di Open Science la direzione da percorrere: rendere i dati riutilizzabili, strutturarli secondo logiche di metadati condivisi, evitare di restare indietro rispetto ai competitori internazionali. L’obiettivo dichiarato è tradurre queste convergenze in strumenti legislativi concreti, a partire da una piattaforma nazionale e da un’indagine conoscitiva nelle commissioni parlamentari.
Definizione clinica, epidemiologia, patogenesi e percorsi terapeutici
La dott.ssa Marta Camici, Dirigente medico UOC Immunodeficienze Virali e IST presso l’INMI Lazzaro Spallanzani IRCCS di Roma, offre una panoramica sistematica dello stato dell’arte. La definizione più utilizzata resta quella dell’OMS: una condizione che insorge dopo un’infezione da SARS-CoV-2 confermata o probabile, con sintomi della durata di almeno due mesi, non spiegabili da diagnosi alternative, con impatto sulle attività quotidiane. Diagnosi clinica e di esclusione, dunque, ancora priva di un marcatore biologico universalmente riconosciuto.
I dati epidemiologici al 2023 stimano 409 milioni di persone colpite nel mondo, con il 6% delle infezioni che esita in long COVID e circa il 30% dei pazienti che presenta sintomi per più di sei mesi. Il costo economico supera il trilione di dollari annui, pari a circa l’1% dell’economia globale. In Italia la prevalenza nel 2023 risulta del 9%, superiore alla media OECD, con perdita stimata dello 0,2% del PIL nei prossimi dieci anni.
La patogenesi è oggi più che una serie di ipotesi: la disregolazione immunologica, il danno mitocondriale e il tropismo del SARS-CoV-2 per il sistema nervoso centrale costituiscono i tre pilastri fondanti. Si associano alterazioni endocrinologiche, attivazione mastocitaria, disfunzione endoteliale con formazione di microcoaguli e ridotta ricaptazione della serotonina. Sul fronte terapeutico il quadro è desolante: nessuna linea guida europea indica terapie specifiche, le raccomandazioni esistenti riguardano perlopiù ciò che non va fatto, e la maggior parte delle evidenze deriva da survey autogestite dai pazienti, non da trial clinici controllati.
Il long COVID in età pediatrica: stato dell’arte e peculiarità
Il dott. Danilo Buonsenso, Direttore UOSD Malattie Infettive Pediatriche presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, porta al centro del dibattito una categoria di pazienti spesso invisibile: bambini e adolescenti che, dopo un’infezione Covid apparentemente lieve, si ritrovano incapaci di salire una rampa di scale, andare a scuola o praticare lo sport che amavano. Storie clinicamente identiche raccolte da tutto il mondo, indipendentemente dalla presenza o assenza di lockdown, escludono ogni spiegazione puramente psicologica.
Il quadro sintomatologico in età pediatrica è sovrapponibile a quello adulto: astenia post-infettiva, malessere da sforzo, disturbi cognitivi, disautonomia con tachicardia posturale ortostatica. Proprio quest’ultima manifestazione è stata documentata in pazienti seguiti al Gemelli con frequenze cardiache che raggiungevano i 200 battiti al minuto in posizione seduta, scambiate per anni con ansia o problemi psicologici. La diagnosi clinica, nei giovani privi di comorbidità, è secondo Buonsenso più accessibile di quanto si creda: l’assenza di fattori confondenti rende i ragazzi un modello privilegiato anche per la ricerca.
Sul piano biologico, studi recenti, pubblicati su Nature Communications, documentano nei bambini con long COVID un profilo neuroimmunometabolico distinto da quello dei controlli sani, dei pazienti Covid acuti e di quelli con sindrome infiammatoria post-Covid. Buonsenso conclude con un appello: riconoscere il long COVID pediatrico significa necessariamente includere anche i pazienti con encefalomielite mialgica e sindrome da fatica cronica, pena il rischio di creare nuove disuguaglianze diagnostiche.
Manifestazioni neurocognitive del long COVID
Il Prof. Alberto Priori, Professore Ordinario di Neurologia all’Università degli Studi di Milano e Direttore della Clinica Neurologica e del Centro di Ricerca «Aldo Ravelli» per le Neurotecnologie, inquadra il contributo delle neuroscienze partendo dal lavoro congiunto tra European Academy of Neurology e American Academy of Neurology, di cui ha fatto parte, sulle complicanze tardive neurologiche e neuropsicologiche dell’infezione da SARS-CoV-2. Circa il 60% dei pazienti con fenotipo neurologico lamenta brain fog, il 45% stanchezza persistente, il 30% disturbi del sonno. Il sonno migliora per primo nei pazienti in recupero, segnale precoce di risposta alla terapia.
Il punto più originale del suo intervento riguarda il rischio neurodegenerativo a lungo termine. La cascata infiammatoria tipica del long COVID potrebbe innescare fenomeni neurodegenerativi con una latenza di 8-10 anni, abbreviando la comparsa di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. Priori cita una serie di casi con esordio parkinsoniano post-COVID, con caratteristiche simili al Parkinson idiopatico e risposta alla levodopa. L’Osservatorio epidemiologico nazionale non mostra ancora variazioni significative nell’incidenza di queste malattie, ma il monitoraggio deve iniziare adesso.
Sul fronte diagnostico, Priori segnala due biomarcatori di neuroimaging promettenti: la stima volumetrica dei plessi corioidei e il diffusion tensor imaging della sostanza bianca. La medicina nucleare mostra in alcuni pazienti con decadimento cognitivo una positività alla PET amiloide simile a quella dell’Alzheimer. La direzione è passare da una diagnosi fenomenica a una diagnosi biologica strutturata, integrando biomarcatori plasmatici, liquorali e radiologici con strumenti di telemedicina, per affinare la stratificazione dei pazienti e orientare terapie sempre più mirate.
