Ricerca e politica, un rapporto irrisolto

La legge di bilancio cita la ricerca più volte, ma le decisioni concrete seguono spesso logiche diverse da quelle scientifiche

La ricerca scientifica compare con frequenza crescente nei documenti di indirizzo politico, nelle leggi di bilancio, nei piani nazionali. Eppure, la distanza tra la parola «ricerca» e le scelte concrete che ne derivano resta spesso ampia e poco esplorata. Quante decisioni si fondano davvero sui dati? E quante, invece, rispondono a logiche diverse, dove il peso della politica prevale su quello delle evidenze? Sono domande che attraversano trasversalmente settori diversi, dalla salute all’ambiente, dal lavoro alle politiche demografiche, e che rimandano tutte a un nodo comune: la mancanza di un modello organico che tenga insieme le diverse dimensioni della ricerca lungo un filo coerente.

Giuseppe Ippolito, figura di riferimento della ricerca scientifica italiana in quanto già Direttore Scientifico INMI Spallanzani e già Direttore Generale della Ricerca presso il Ministero della salute, porta in questa intervista un punto di vista maturato nel tempo e affinato attraverso il confronto con sistemi internazionali molto diversi tra loro. Il primo tema che affronta riguarda il rapporto tra ricerca e decisione politica: chi stabilisce dove investire, quali aree prioritarie e secondo quali criteri. La risposta non è scontata, perché implica considerare non solo la qualità scientifica delle proposte, ma anche i meccanismi che regolano l’accesso ai finanziamenti e il rischio che si consolidino rendite di posizione a vantaggio di alcuni e a discapito di altri.

Modelli a confronto e ricerca democratica

Il ragionamento di Giuseppe Ippolito si sviluppa poi attorno a un concetto che merita attenzione: quello di ricerca democratica. L’espressione non riguarda la partecipazione pubblica ai laboratori, ma la possibilità concreta che le risorse per fare ricerca siano accessibili sulla base della qualità del lavoro e non dell’appartenenza a determinate reti o istituzioni. In questo quadro emerge il confronto con alcuni paesi che hanno scelto modelli più unitari e strutturati di governance della ricerca, con risultati che Ippolito considera significativi.

Il tema si lega poi a una questione di metodo: separare le decisioni politiche da quelle tecniche. Dove investire è una scelta che richiede visione e priorità; come farlo, invece, chiama in causa le evidenze e la competenza scientifica. Quando questi due piani si sovrappongono senza chiarezza, il risultato è spesso la dispersione delle risorse e la mancata costruzione di un patrimonio conoscitivo stabile. L’intervista tocca anche il valore degli investimenti pluriennali in ricerca e i rischi che si corrono quando le priorità cambiano per ragioni contingenti, vanificando anni di lavoro accumulato.

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di Arrigo Bellelli

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