Enrico Letta, già Premier, una volta denunciò un paradosso in cui la ricerca europea incappa tuttora: «L’Europa pubblica il 20% delle ricerche scientifiche mondiali, le più citate al mondo, ma genera appena il 6% delle startup ad alta intensità di ricerca e sviluppo». È questa la contraddizione che Giuseppe Novelli, genetista e già rettore dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, ha messo al centro del suo intervento al congresso della Società Italiana di Ricerca Pediatrica (SIRP): un’antinomia che pesa in modo particolare sulla ricerca pediatrica e biomedica, dove la distanza tra scoperta scientifica e applicazione concreta continua a costare vite e risorse. Oggi, purtroppo, l’Italia corre il rischio di rimanere l’ultimo alfiere di questo paradosso.
Il modello che manca
Singapore e Austria offrono due esempi opposti per scala ma convergenti per logica: investimento pubblico massiccio, pluriennale e non episodico, piattaforme nazionali che aggregano domanda e offerta di innovazione, venture capital integrato nella governance della ricerca. Singapore ha lanciato il progetto Grip con l’obiettivo di formare oltre 300 team innovativi e generare più di 150 spin-off nei prossimi anni. L’Austria, dal canto suo, ha costruito un programma settennale basato sulla fiducia tra scienza e industria, riconosciuto come best practice globale.
L’Italia, al confronto, procede per progetti annuali o biennali, spesso occasionali, con temi che cambiano a seconda dei governi e dei fondi disponibili. La scarsa visibilità internazionale è la conseguenza diretta. Non mancano le eccellenze (ad esempio il PNRR ha finanziato centri nazionali con risultati concreti) ma manca il sistema che le sorregge e le moltiplica.
Il vaccino come lezione dimenticata
Il Covid ha dimostrato che la partnership pubblico-privato funziona quando ricerca pubblica di base, aziende private e istituzioni convergono su un obiettivo comune. Per esempio, in Germania era stata sviluppata la tecnologia mRNA, ma senza i 370 milioni del governo tedesco, la struttura organizzativa di Pfizer e la Banca Europea degli Investimenti, quel vaccino non avrebbe raggiunto 36.000 persone in fase tre in dodici mesi. L’efficacia superiore al 95% non è stata un miracolo: è stata una governance.
In Italia, un’esperienza analoga si è bloccata per un’obiezione della Corte dei Conti sullo schema di finanziamento ministeriale. Il risultato è stato l’azzeramento di un progetto promettente. Novelli sottolinea che lo cita non per polemizzare, ma per indicare dove si rompe la catena: non nella qualità della scienza, ma nella capacità di costruire le condizioni affinchè si possa esprimere e produrre valore.
La terza missione come leva pratica
In attesa di riforme strutturali, Novelli individua uno strumento già disponibile e sistematicamente sottoutilizzato: la terza missione universitaria. Ogni dipartimento può attivare contratti conto terzi con aziende private, sviluppare know-how in collaborazione, generare risorse extra-bilancio e trasferire tecnologia senza passare per l’approvazione centralizzata dell’ateneo. Si riducono i tempi, si aggira la burocrazia, si crea un impatto diretto sul territorio.
Secondo il genetista, il modello delle piccole e medie imprese, da sempre motore dell’economia italiana, può ispirare un approccio analogo nella ricerca: capillare, distribuito, pratico. Non Silicon Valley, non Singapore, ma un sistema che sappia valorizzare ciò che già esiste. La partnership pubblico-privato, conclude Novelli, non è un’opzione: è una necessità strutturale. Senza di essa, non esiste piano B per la ricerca italiana.
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