È ora di pensare seriamente alla prevenzione dei suicidi

Quasi 4.000 suicidi ogni anno in Italia, a fronte di circa 360 omicidi. «La molla è la perdita della speranza. Serve ricostruire il pensiero critico-riflessivo come strumento di prevenzione e creare un database scientifico capace di individuare precocemente i soggetti a rischio nascosto» dicono Tambone e Di Mauro della SIMLA
Quasi 4.000 suicidi ogni anno in Italia, a fronte di circa 360 omicidi. «La molla è la perdita della speranza. Serve ricostruire il pensiero critico-riflessivo come strumento di prevenzione e creare un database scientifico capace di individuare precocemente i soggetti a rischio nascosto» dicono Tambone e Di Mauro della SIMLA

«L’Italia ha bisogno di una legge nazionale per la prevenzione del suicidio, capace di intervenire su due fronti complementari: da un lato individuare tempestivamente le persone che presentano già un rischio suicidario; dall’altro impedire che altre, soprattutto i più giovani, entrino progressivamente in quella zona di vulnerabilità che può condurre al gesto estremo. Siamo di fronte a una vera emergenza sanitaria e sociale: i suicidi sono in aumento e alcune categorie, come gli adolescenti, le persone detenute e i soggetti con disturbi psichiatrici, risultano particolarmente esposte».

A sostenerlo sono il Prof. Vittoradolfo Tambone, Professore Ordinario di Medicina Legale e direttore dell’Unità di Ricerca di Bioetica & Humanities dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, e il Dott. Lucio Di Mauro, Segretario Nazionale della Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni (SIMLA).

La situazione dei suicidi in Italia

Secondo l’Annuario Statistico Italiano 2025, riferito ai dati del 2022, in Italia si sono registrati 3.906 suicidi, pari a un tasso di 6,6 casi ogni 100.000 abitanti. Di questi, 3.066 riguardano uomini e 840 donne, con un incremento rispetto al 2020, quando il tasso era pari a 6,2 per 100.000 abitanti.

Il tasso di mortalità per suicidio aumenta progressivamente con l’età: nel 2022 era pari a 1,7 per 100.000 abitanti tra i minori di 24 anni, 5,8 nella fascia 25-44 anni, 8,0 tra i 45 e i 64 anni e 10,1 oltre i 64 anni. Tuttavia, nonostante i valori assoluti rimangano inferiori rispetto alle altre fasce di età, il suicidio rappresenta oggi la seconda causa di morte tra i giovani italiani, dopo gli incidenti stradali. Proprio tra gli under 24 si è osservato, tra il 2020 e il 2022, l’incremento percentuale più marcato, con un aumento di circa il 30%, passando da 1,4 a 1,7 casi ogni 100.000 abitanti.

Tra i contesti di maggiore vulnerabilità vi è quello penitenziario. Nel 2025 quasi un decesso su tre registrato nelle carceri italiane è stato dovuto a suicidio. Rapportando i 76 suicidi alla popolazione media detenuta di 62.841 persone, si ottiene un’incidenza di circa 121 suicidi ogni 100.000 detenuti, un valore enormemente superiore rispetto a quello osservato nella popolazione generale.

Un ulteriore indicatore di vulnerabilità riguarda il rapporto tra salute fisica, salute mentale e comportamento suicidario. Un approfondimento ISTAT relativo al triennio 2011-2013 mostra che, su 12.877 decessi per suicidio, in 2.401 casi era riportata nel certificato di morte almeno una condizione patologica rilevante. In 1.664 casi, pari al 12,9%, veniva indicata esclusivamente una malattia mentale. Si tratta con ogni probabilità di una stima prudenziale, poiché i disturbi psichiatrici risultano frequentemente sottodiagnosticati o non riportati nei certificati di morte.

Quali sono i fattori che rendono il suicidio più probabile?

«Si tratta di un fenomeno multifattoriale nel quale le diverse concause interagiscono in modo complesso, tanto che parliamo a volte di una causalità circolare. Questo comporta che il nesso causale non segue la logica lineare di stampo newtoniamo ma una logica non lineare, molto più difficile da prevedere: ci troviamo di fronte ad un fenomeno che non è deterministico. Fattore economico, fattore affettivo, storie di fallimenti progettuali, stato bipolare (maniacale/depressivo) isolamento sociale, vergogna, senso di colpa sono i fattori macroscopici. Il suicidio è la manifestazione che questi fattori hanno portato al crollo della resilienza esistenziale».

«Abbiamo voluto per questo studiare il fenomeno della resilienza a fondo e siamo arrivati ad una nostra definizione, ossia la resilienza è la permanenza dell’orientamento al fine. In altre parole, mantenere il senso del perché vivere aiuta a continuare a vivere nonostante tante dolorose esperienze. La scuola psicanalitica di Viktor Frankl aveva inteso questa capacità come capacità di scoprire il senso della propria vita come elemento di sopravvivenza. In parole più semplici: la speranza nel futuro».

Un caso che possa raccontarne molti

«Un celebre giornalista raccontava un episodio che gli era rimasto impresso. Una sera, dopo un incontro a proposito del forte aumento dei suicidi in Francia in un teatro gremito di persone, stanco e desideroso di evitare la folla, decise di uscire da una porta secondaria. Fuori trovò due ragazze molto giovani, dall’aria provata, ma estremamente serie. Una di loro gli si avvicinò e gli pose una domanda diretta, spiazzante: “Mi deve dire per cosa dovrei continuare a vivere”. Il giornalista rispose d’istinto: “La domanda è troppo maschile. Non è per cosa vivere, ma per chi”. La ragazza sorrise suo malgrado. Per giorni il giornalista controllò se si fossero verificati suicidi in zona. Non ce n’era stato nessuno».

Quali strumenti possiamo mettere in campo per prevenire i suicidi?

«Le cause multifattoriali ci pongono di fronte ad una difficoltà: intercettare le persone davvero a rischio. Soprattutto chi, al di là delle categorie a rischio già monitorate, non presenta segnali. Dobbiamo rifarci alla teoria della complessità secondo la quale i sistemi biologici sono sempre in movimento e le cause producono effetti che influenzano altre cause in una cascata di variabili che nel quale è molto difficile trovare dei pattern. In questo l’AI ci può aiutare ad aumentare la conoscenza delle correlazioni esistenti grazie alla sua potenza computazionale: naturalmente a noi rimane la responsabilità dell’interpretazione e della comprensione contestuale di tutte queste correlazioni».

«La vera novità rispetto al passato è rappresentata dalle tecnologie disponibili. Se ci chiediamo cosa possiamo fare concretamente per prevenire il suicidio, riteniamo indispensabili due linee di intervento».

• «La costruzione di un ampio database integrato, nel quale confluiscano i dati provenienti da Procure della Repubblica, Forze di Polizia, MMG, medici legali, scuole e altri soggetti coinvolti. Un patrimonio di evidenze scientifiche di questa portata consentirebbe ai sistemi di intelligenza artificiale di individuare pattern ricorrenti, associazioni significative e possibili relazioni causali correlate al suicidio, favorendo il riconoscimento precoce dei fattori di rischio e lo sviluppo di strategie preventive sempre più efficaci».

«Il rafforzamento del pensiero critico-riflessivo, aiutando in particolare le persone più vulnerabili, ma più in generale tutti, a sviluppare la capacità di interpretare gli stimoli esterni alla luce del proprio fine ultimo e di decidere, con libertà e consapevolezza, se accoglierli o respingerli. Significa educare a collocare i problemi nella giusta prospettiva, attribuendo loro un peso proporzionato all’intero orizzonte della vita e non assoluto. Si tratta di una competenza insieme cognitiva ed emotiva, che richiede la capacità di prendere distanza dall’immediatezza dell’esperienza, oggi fortemente indebolita dalla continua sollecitazione e gratificazione offerte dai dispositivi digitali».

Dove si attua la prevenzione del rischio suicidario?

«Ovunque: a scuola, nel SSN, negli studi dei MMG, nelle famiglie dove, spesso, i giovani vivono una doppia vita: online e offline. A proposito, ci pare importante aggiungere: non basta togliere i device e i social network; dobbiamo anche riempire di senso il tempo che abbiamo liberato».

Quali sono i passi di governance per trasformare quest’idea di prevenzione in pratica?

«La prima missione – e spetta alla Medicina Legale – è raccogliere prove scientifiche solide che individuino il nesso causale: ovvero la contingenza di fattori nei casi di suicidio in modo da poter immaginare strumenti di previsione e governo del rischio che possano essere applicati in chiave sistemica. Il percorso è lungo. Il prossimo traguardo è organizzare un tavolo di lavoro che unisca i Ministeri competenti e inizi a costruire una rete di prevenzione del suicidio in Italia».

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di Tommaso Vesentini

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