La scorsa settimana il Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA Sanità) ha pubblicato il suo studio sulle performance regionali dei Livelli di tutela della Salute. Si tratta di un documento che prende in esame ogni singolo Sistema Sanitario Regionale che compone quello Nazionale (SSN). A livello nazionale le performance sono in ascesa ma sussistono marcate differenze nelle prestazioni, che ricalcano il gradiente Settentrione-Meridione.
Per come il nostro ordinamento delinea la pianificazione e la governance della sanità è normale che ogni Regione (e Provincia Autonoma) abbia delle sfaccettature che rendano unica la sua situazione, ma il rapporto, e anche i relatori, hanno sottolineato che a monte manca un quadro organizzativo comune che renda simile l’output sanitario da Trieste a Lampedusa. Il risultato, quindi, è uno scenario caotico e soprattutto molto differenziato. Questo non comporta una diversificazione, ma una vera e propria disparità nei servizi sanitari: la qualità delle proprie cure dipende da dove si vive.
Una strada lunga ma intrapresa
Angelo Tanese, Direttore Generale di Agenas, fa un bilancio del lavoro che è stato fatto nell’arco degli ultimi 14 anni. Se infatti Tanese ha definito il 2012 «l’anno più buio per il nostro servizio sanitario», oggi «la consapevolezza delle Regioni che abbiamo sentito oggi è enormemente più alta. Stanno sul pezzo e hanno un ruolo. Negli ultimi 14 anni il SSN è cambiato radicalmente: se facciamo un’attenta analisi di quello che siamo diventati in questi 14 anni dovremmo avere più fiducia nella nostra capacità di costruire ora un servizio sanitario migliore di questo attuale, perché abbiamo bisogno di costruirlo. Il sistema ha dimostrato di essere particolarmente resiliente anche grazie al PNRR, il quale ha messo a disposizione degli strumenti che si sono rivelati cruciali per la sanità».
«Supportare le Regioni – ha continuato – ora significa riconoscere il grandissimo sforzo che stanno facendo e inquadrarlo all’interno di un’azione di sistema perché le Regioni sono diverse fra di loro, hanno diverse capacità organizzative e situazioni di partenza».
«Rispetto a 12 anni fa, inoltre, valutiamo molto di più e questo è il momento di utilizzare tutta la conoscenza che ne stiamo ricavando da queste valutazioni per cambiare l’attuale modello di assistenza sanitaria. Basta ad avere un centro e una periferia e 21 sistemi sanitari: ci deve essere un sistema. I dati e la loro lettura secondo il DG di Agenas sono la chiave per «non vedere una sommatoria di 19 più 2 realtà regionali ma di un SSN molto più forte, coeso e consapevole».
Sardegna: grandi distanze e fuga dei professionisti
Thomas Schael, Direttore Generale della Sanità dell’Assessorato dell’Igiene e Sanità e dell’Assistenza Sociale della Sardegna, non usa mezzi termini quando descrive la situazione dell’isola. «Chiaramente la sanità in Sardegna è una situazione complicata», dice, spiegando che la regione sconta anzitutto un problema geografico: i cittadini vivono lontani dalle strutture ospedaliere, concentrate in pochi centri come Sassari e Alghero.
Ma il nodo più urgente riguarda il personale. Schael parla di «una scarsità di risorse e soprattutto di professionisti assolutamente insostenibile» e quantifica il problema: «Stiamo parlando di almeno 350 medici in meno rispetto a quelli di cui necessitiamo». Inoltre, le due università sarde, spiega, «non possono produrre a sufficienza professionisti per le esigenze» del territorio.
A complicare il quadro interviene la curva demografica. Schael la descrive con un’immagine efficace: i giovani lasciano l’isola per lavorare altrove, mentre i pensionati tornano proprio nella fase della vita in cui il bisogno di assistenza cresce. «Da noi vige specialmente l’invecchiamento: abbiamo un flusso migratorio positivo sui pensionati, cioè tornano quando è il periodo peggiore per la sanità».
Un sistema che regge, secondo Schael, anche grazie allo Statuto Speciale della Regione oltre alla coriaceità dw s. Senza l’autonomia regionale, avverte, la sanità sarda «sarebbe destinata a morire nella miseria del finanziamento pubblico» ordinario, incapace da solo di sostenere i costi di un territorio così esteso e con una rete di professionisti sempre più fragile. Una condizione che il direttore generale collega direttamente alla necessità di ripensare le strategie di reclutamento e formazione su scala regionale.
Basilicata: le Case di Comunità e fondi europei nei piccoli comuni
Domenico Tripaldi, dirigente generale del Dipartimento Sanità della Regione Basilicata, parte da un dato territoriale che condiziona ogni scelta organizzativa. «È una regione che è più grande delle Marche, ma c’ha un terzo degli abitanti», spiega, descrivendo una popolazione dispersa in oltre 130 comuni su diecimila chilometri quadrati. Il problema principale per un servizio sanitario efficace «è la bassa densità abitativa», sintetizza Tripaldi, sottolineando che questa dispersione rende la programmazione sanitaria particolarmente complessa. In questo scenario, le Case di Comunità diventano una scommessa concreta: l’obiettivo, dice il dirigente, è «aggiungere servizi e non togliere», coordinando i soggetti già presenti sul territorio senza smantellare quanto esiste.
Un tassello decisivo riguarda il personale infermieristico. Tripaldi annuncia che la Regione ha attivato «un concorso per il reclutamento di 270 infermieri di comunità con 500 posti di studio», realizzati in collaborazione con il FORSDA e finanziati attraverso il Fondo Sociale Europeo. Una scelta che punta a formare professionisti specificamente dedicati al lavoro territoriale, evitando trasferimenti improvvisati da contesti ospedalieri con funzioni del tutto diverse. Senza i fondi europei, tuttavia, non sarebbero state possibili queste assunzioni.
Per Tripaldi, però, la vera partita si gioca su un piano più ampio. Le sfide della Basilicata, spiega, «si vincono con una maggiore integrazione, ma anche soprattutto con una diversa interpretazione del ruolo che le Regioni devono avere». Un ruolo, aggiunge, che non può più limitarsi alla sola risposta sanitaria: «Un ruolo esclusivamente ristretto alla risposta sanitaria non è più sufficiente per dare risposte di questo tipo, e in questo io vedo anche una logica delle risposte che ha dato ai cittadini».
Lazio: la scommessa della prevenzione primaria
Andrea Urbani, direttore della Direzione Regionale Salute e Integrazione Sociosanitaria del Lazio, apre la sua analisi da un dato che conferma un timore diffuso: l’aspetto economico-finanziario torna a pesare sulle priorità del sistema sanitario, in un paese che fatica ancora a garantire coperture adeguate. Oggi, però, uno strumento nuovo cambia le prospettive. «Abbiamo un patrimonio informativo» costruito dalla digitalizzazione, spiega Urbani, capace di ampliare le potenzialità di programmazione finora sconosciute.
Il vero banco di prova, avverte, arriva guardando più lontano. «Se invece guardiamo da qua a 10-15 anni come sostenibilità, è già un po’ meno seria», dice Urbani, riferendosi all’impatto delle innovazioni tecnologiche sui costi della sanità. Da qui la scelta del Lazio di investire sulla prevenzione primaria, un ambito che Urbani distingue nettamente dallo screening: «La prevenzione primaria è quello che ti mantiene in salute». Una strategia che il Lazio ha messo in campo per primo tra le regioni italiane, agganciando la popolazione sana e accompagnandola in percorsi di salute strutturati.
I numeri, per Urbani, giustificano lo sforzo. «La popolazione di chi ha 65 anni in su assorbe il 60% del reddito nazionale», ricorda, motivo per cui si cerca di «minimizzare la quantità per minimizzare il carico della spesa e per massimizzare il carico della vita». Investire oggi, sostiene, significa raccogliere i frutti domani. E la responsabilità individuale entra in gioco direttamente: «Il 50% di queste incidenze è esclusivamente da noi», dice riferendosi agli stili di vita. Per questo, conclude Urbani, mantenere e migliorare il livello di equità raggiunto richiede strumenti capaci di guardare oltre il bilancio di un solo anno.
Iscriviti alla newsletter di Bees Sanità Magazine e aggiungi beesanitamagazine.it tra le tue fonti preferite di Google
