Articolo a cura di Angela Vacca, Presidente SIVeMP (Sindacato Italiano veterinari Medicina Pubblica) e componente ONSEPS
La sicurezza dei veterinari ufficiali è un problema riconosciuto a livello internazionale: già nel 2016 l’assemblea generale dell’EASVO a Bruxelles ha portato alla ribalta la questione, e nel 2025 l’Assemblea Generale FVE ha affrontato le aggressioni al personale veterinario, confermando una preoccupazione diffusa in tutta l’Unione Europea. Il Sindacato presidia il problema della violenza da oltre 20 anni; nonostante l’impegno e l’insediamento nel 2010 di un Osservatorio specifico presso il Ministero della Salute, non si osservano ancora risultati tangibili sulla riduzione delle aggressioni.
Per valutare l’efficacia delle misure previste dalla Legge 113/2020, occorre comprendere il ruolo dei veterinari delle ASL e degli altri professionisti dei dipartimenti di prevenzione, che spesso operano in aziende private e contesti difficili, non in strutture facilmente presidiabili. I medici veterinari garantiscono la sicurezza alimentare lungo l’intera filiera, dall’allevamento alla tavola, applicando norme nazionali, regionali e comunitarie in un’ottica One Health. Rivestono la qualifica di pubblici ufficiali e, in presenza di reati, di ufficiali di polizia giudiziaria, ma spesso lavorano da soli per la cronica carenza di personale, nonostante le regole anticorruzione richiedano controlli in team.
I controlli possono portare a sanzioni, sequestri, denunce e chiusure, generando reazioni ostili: minacce, aggressioni, diffamazione e stalking, quest’ultimo spesso rivolto alle colleghe donne, oltre ad atti intimidatori contro il professionista e la sua famiglia. Le motivazioni sono spesso legate a interessi economici e premeditate, a differenza delle aggressioni impulsive subite da medici e infermieri. Le epidemie animali amplificano il fenomeno: la diffusione della PSA ha scatenato nel 2023 proteste, mobilitazioni animaliste e campagne social di disinformazione contro i veterinari impegnati negli abbattimenti. Casi recenti includono il tentato strangolamento e accoltellamento di un veterinario in un macello lombardo, e il ritrovamento di proiettili nel serbatoio dell’auto di servizio di un collega.
Le aggressioni denunciate e quelle sommerse
Il questionario SIVeMP sulle condizioni di lavoro dei veterinari del SSN restituisce un quadro allarmante, che solo in parte emerge dalle denunce ufficiali. Aggressioni verbali e minacce risultano molto frequenti durante ispezioni, controlli e sanzioni amministrative, mentre le aggressioni fisiche e il danneggiamento di beni si registrano soprattutto in ambienti isolati o come vero e proprio atto punitivo contro veicoli e attrezzature. La maggior parte degli episodi non viene però segnalata, per paura di ritorsioni, per la tendenza a minimizzare gli eventi e per la scarsa fiducia nel sistema, un dato che rende il fenomeno ancora più difficile da contrastare in modo efficace.
Le mancate denunce derivano anche dalla percezione che le amministrazioni facciano poco o nulla e che manchi il sostegno delle forze dell’ordine, con fatti talvolta trattati come questioni personali del professionista. Quando l’aggressore viene individuato e la vittima decide di procedere, si aprono iter giudiziari lunghi e gravosi, che possono durare anni e in cui il veterinario rischia persino di subire una contro denuncia. Mancando spesso testimoni, perché il lavoro viene svolto in solitudine, il professionista si trova solo anche nel percorso legale, mentre le ASL si limitano a esprimere solidarietà, senza gestire l’iter come una questione che riguarda l’intera azienda e non la sola sfera personale del dipendente.
La tabella seguente, elaborata dal Sindacato, riassume tipologia, frequenza e contesto delle aggressioni segnalate dai veterinari del SSN.
| Tipo di aggressione | Frequenza | Contesto |
| Aggressioni verbali | Molto frequenti | Ispezioni, controlli ufficiali, reazioni a sanzioni amministrative. |
| Minacce/intimidazioni | Frequenti | Azioni ispettive, sequestri di animali/alimenti, atti punitivi. |
| Aggressioni fisiche | Meno frequenti | Durante controlli sul campo, soprattutto in ambienti isolati. |
| Danneggiamento di beni | Meno frequenti | Vandalismo contro veicoli o attrezzature private/aziendali, veri e propri attentati. |
| Aggressioni non segnalate | Molto frequenti | Per paura di ritorsioni, minimizzazione degli eventi, mancanza di fiducia nel sistema. |
Legge 113/2020
Nel settembre del 2020 dopo il lungo percorso del DDL 867 il legislatore ha approvato la Legge 113/2020 Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni. Il suo iter fu presidiato in modo costante dai vari portatori di interesse tra cui il nostro sindacato, che, tra le tante richieste, chiese e ottenne la partecipazione delle OS più rappresentative al tavolo del nuovo Osservatorio istituito ai sensi dell’Art. 2 della Legge 113/2020 l’Osservatorio Nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS).
La Legge 113/2020, prevede le seguenti azioni tese a disincentivare gli atti di violenza:
- Istituzione di un Osservatorio Nazionale;
- Progetti di comunicazione istituzionale;
- Protocolli operativi con le forze dell’ordine individuati nei piani per la sicurezza;
- Giornata nazionale di educazione e prevenzione degli atti di violenza che è fissata il 14 Marzo di ogni anno.
La formalizzazione dell’Osservatorio Nazionale ONSEPS, avvenuto con decreti del gennaio e febbraio 2022, ha consentito di mettere intorno allo stesso tavolo, tutte le figure che a vario titolo sono coinvolte nel gestire e tutelare il fenomeno delle aggressioni, Istituzioni, ordini professionali, associazioni di categoria, sindacati etc.
I progetti di comunicazione istituzionale ad opera del Ministero della Salute non sono stati ad oggi avviati. Tuttavia, alcuni gruppi di professionisti e/o strutture sanitarie hanno agito in autonomia, utilizzando varie forme di comunicazione, tra cui i social per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema delle aggressioni ai sanitari. Molte ASL hanno avviato protocolli operativi con le forze dell’ordine che oggi presidiano molti ospedali e strutture sanitarie. Per esempio, hanno installato strumenti di videosorveglianza nelle strutture e taluni ospedali hanno fornito anche bodycam indossabili (Salerno) e braccialetti antiaggressione (Treviso) al personale più soggetto ad aggressione come i pronto soccorso o centri di salute mentale.
Considerazioni sui lavori dell’ONSEPS
Le azioni svolte dall’ONSEPS, tese a realizzare le funzioni ad esso attribuite dalla Legge, quali monitoraggio, proporre misure idonee a ridurre i fattori di rischio, monitorare l’attuazione delle misure di prevenzione ad opera delle ASL previste dal decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, promuovere la formazione del personale e la diffusione delle buone pratiche in materia di sicurezza degli operatori, hanno consentito di iniziare un percorso sicuramente migliorabile di rilevazione dei dati sul monitoraggio delle aggressioni e degli eventi sentinella ad opera di ordini professionali e delle Regioni; ha inoltre consentito la raccolta di buone pratiche e ha fornito importanti Input per i percorsi di formazione indispensabili per una corretta comunicazione con l’utenza tesa soprattutto alla conoscenza delle procedure di de escalation per la salvaguardia del personale.
Criticità e considerazioni
Sul fronte del monitoraggio emergono criticità nella rilevazione degli episodi di violenza, compito che la Legge 113 affida a ordini professionali e Regioni. Il protocollo degli eventi sentinella, aggiornato a luglio 2024, ha ristretto la definizione: il nuovo elenco indica solo morte o grave danno causato da violenza verso l’operatore, laddove prima si parlava più genericamente di atti di violenza a danno del personale.
Questa modifica rischia di aggravare la già nota carenza di dati sulle aggressioni forniti dalle ASL, che dovranno segnalare solo i casi più gravi. L’aspetto più critico riguarda le azioni correttive obbligatorie in caso di evento sentinella, che scatterebbero solo per morte o grave danno, con il dubbio che ciò comprometta anche l’applicazione della Raccomandazione 8/2007, la quale considera l’aggressione ai sanitari come evento sentinella a prescindere dall’esito.
L’ONSEPS ha inoltrato all’Osservatorio buone pratiche osservazioni e richieste di modifica per rendere la Raccomandazione più cogente ed estenderla a tutti gli operatori sanitari, compresi quelli impegnati nei controlli territoriali presso privati. Il documento, tuttavia, resta focalizzato sulle attività assistenziali e continua a trascurare quelle di prevenzione sul territorio, senza che le proposte accolte abbiano ancora portato a un aggiornamento.
Resta fermo l’obbligo per le Aziende di redigere il DVR ai sensi del D.Lgs 81/08, ma tale documento analizza spesso i rischi in modo generico, senza considerare le condizioni di chi lavora da solo fuori dalle strutture sanitarie, presso aziende private. Anche il monitoraggio sulle misure di prevenzione e protezione, attribuito all’ONSEPS dalla Legge 113/2020, risulta finora poco sviluppato.
Misure sanzionatorie e modifiche al Codice penale
Le lesioni personali a danno del personale sanitario rientrano nell’Art. 583 quater c.p., riservato ai pubblici ufficiali, con applicazione dell’aggravante dell’articolo 61 c.p. anche in caso di aggressione ai sanitari. Successive modifiche hanno introdotto la procedibilità d’ufficio e la pena detentiva indipendentemente dalla gravità dei fatti, superando la precedente disciplina che considerava solo le lesioni gravi. A ottobre 2024 il Decreto-legge 137, convertito in Legge 171 a novembre, ha previsto l’arresto in flagranza o flagranza differita e aggravi di pena per chi aggredisce il personale sanitario o danneggia beni nelle strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche o private.
Il riferimento esplicito al luogo, tuttavia, esclude dalla tutela gli episodi avvenuti in stabilimenti, domicili o aree private, così come i danni ai beni aziendali che si verificano sul territorio, dalle macchine di servizio alle attrezzature portatili. Anche l’arresto in differita entro 48 ore risulta poco applicabile agli operatori territoriali, privi di videosorveglianza e spesso lontani da centri operativi e presidi di polizia.
Alcuni procedimenti penali in corso, relativi a colleghi aggrediti in stabilimenti privati, evidenziano ulteriori criticità. Il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, Art. 341 c.p., si applica solo se il fatto avviene in luogo pubblico o aperto al pubblico, escludendo macelli, allevamenti e strutture private anche se frequentati da molti operatori. Servirebbe quindi estendere il reato ai luoghi privati dove operano i sanitari della prevenzione e dell’assistenza. Un secondo aspetto riguarda la non punibilità per tenuità del fatto, Art. 131 bis c.p., introdotta dalla riforma Cartabia: la sua applicazione ai casi senza danni evidenti sembra contrastare la volontà del legislatore di procedere «indipendentemente dalla gravità dei fatti», rendendo opportuna l’esclusione della norma nei casi di violenza ai sanitari.
Azioni di miglioramento
La sicurezza degli operatori sanitari richiede un approccio sistematico. Sul piano organizzativo, si parla della carenza di personale come di una delle cause principali delle aggressioni legate ai ritardi nell’assistenza, mentre l’eccessiva individualizzazione dei controlli ufficiali rappresenta un rischio significativo per chi opera sul territorio.
La formazione, ECM o non, dovrebbe aiutare i professionisti a riconoscere i comportamenti a rischio, applicare tecniche di de-escalation e offrire supporto psicologico alle vittime. Parallelamente, servono campagne informative per rafforzare la consapevolezza degli operatori sulla gestione della violenza e sensibilizzare i cittadini sulle condizioni di lavoro dei sanitari.
Sul piano legislativo, le esclusioni che penalizzano alcune categorie di operatori andrebbero riviste coinvolgendo chi conosce da vicino le dinamiche del lavoro territoriale, per evitare disparità tra le diverse professionalità sanitarie. I danni materiali subiti dal dipendente per atti intimidatori o ritorsivi dovrebbero essere rimborsati dalle ASL, tramite assicurazioni o fondi di solidarietà nazionali, oppure dalle Regioni con leggi ad hoc, sul modello della Sardegna, che ha esteso ai veterinari ispettivi il diritto al risarcimento già previsto per gli amministratori locali.
Regioni e ASL sono chiamate a un impegno costante: le prime devono adottare atti cogenti, le seconde non possono sottrarsi alla tutela di chi opera in loro nome, considerando l’aggressione al sanitario un’aggressione all’azienda stessa costituendosi parte civile nei processi. Va infine affrontata la condizione di stress lavorativo di chi opera senza supporto esterno, aggravata da carichi pesanti e pressione emotiva, che può sfociare in esaurimento fisico e mentale: servono dotazioni organiche adeguate, sia per l’assistenza ai pazienti sia per le attività di prevenzione primaria.
Il contributo della Dott.ssa Vacca fa parte dell’edizione 2025 del Libro Bianco di Welfair, la fiera del fare Sanità.
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