La stretta correlazione tra Alzheimer e salute del cuore

Uno studio internazionale evidenzia il legame tra Alzheimer e salute cardiaca, con i biomarcatori del cuore che potrebbero anticipare i danni cerebrali.

Il cuore e il cervello sono in stretta correlazione e proprio da questo potrebbe passare uno degli aspetti per comprendere meglio la malattia di Alzheimer. Questo quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience condotto dai ricercatori del Massachusetts Eye and Ear e della Harvard Medical School di Boston, in collaborazione con il Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia.

Secondo gli autori, alcuni biomarcatori cardiaci utilizzati nella pratica clinica potrebbero predire alterazioni cerebrali precoci in aree particolarmente vulnerabili alla malattia di Alzheimer, aprendo la strada a nuove strategie di prevenzione e diagnosi anticipata.

I numeri sull’Alzheimer

Si stima che in Italia oltre 1,4 milioni di persone convivano con una forma di demenza e che più di 600 mila siano affette dalla malattia di Alzheimer. La patologia interessa circa il 5% delle persone con più di 60 anni, con un’incidenza destinata ad aumentare parallelamente all’invecchiamento della popolazione. Numero, questo, destinato a crescere: entro il 2050 le persone affette potrebbero essere oltre 2.200.000.

Inoltre, ogni anno si registrano circa 65 mila nuovi casi, con un impatto che coinvolge non solo i pazienti, ma anche le famiglie e i caregiver. Sono infatti circa 3 milioni le persone impegnate quotidianamente nell’assistenza ai propri cari.

Il legame tra cuore e cervello

La comunicazione tra cuore e cervello esiste e, secondo gli studiosi, avviene attraverso diversi meccanismi. Da un lato esiste una componente neurale, mediata da nervi come il vago, dall’altro intervengono fattori biochimici, come molecole infiammatorie e ormoni, e alterazioni del flusso sanguigno legate alle patologie cardiovascolari.

Per approfondire questa relazione, i ricercatori hanno coinvolto 73 partecipanti del Leipzig Heart Study, di cui 20 donne e 53 uomini, con un’età media di 54,8 anni. Tutti sono stati sottoposti a una valutazione cardiologica iniziale, seguita da risonanza magnetica cerebrale e test cognitivi dopo un periodo di follow-up di 3,5 anni. L’obiettivo era verificare se alcuni parametri cardiaci fossero in grado di prevedere alterazioni della sostanza grigia del cervello e se queste fossero associate a un peggioramento delle funzioni cognitive.

Tra gli indicatori presi in esame figuravano la frazione di eiezione ventricolare sinistra, che misura la percentuale di sangue pompata dal cuore a ogni battito, e il peptide natriuretico di tipo B N-terminale, biomarcatore utilizzato per identificare condizioni di stress cardiaco.

I risultati dello studio

I risultati hanno evidenziato che una ridotta frazione di eiezione era associata, nel tempo, a una maggiore alterazione della sostanza grigia cerebrale, anche in persone che non presentavano un’insufficienza cardiaca conclamata. Si tratta di un dato particolarmente interessante, perché suggerisce che alcuni segnali di sofferenza cardiaca possano precedere e anticipare modificazioni cerebrali ancora non evidenti con le metodiche diagnostiche tradizionali. Nei pazienti con insufficienza cardiaca, invece, livelli elevati di NT-proBNP sono risultati associati a un danno microstrutturale più esteso. Le aree coinvolte coincidono con quelle maggiormente interessate dalla neurodegenerazione tipica dell’Alzheimer e sembrano svolgere un ruolo nella perdita della memoria.

Secondo gli autori dello studio, dunque, preservare la salute cardiovascolare potrebbe quindi rappresentare una strategia fondamentale per proteggere il cervello e intervenire prima che compaiano i sintomi della demenza.

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di Bernardino Ziccardi

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