Articolo a cura di Maria Beatrice Stasi, già Direttrice Generale Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo
Come sarà l’ospedale del futuro? Tanti i set nei quali dobbiamo collocare la domanda, dal tema dei cambiamenti climatici alle novità introdotte da tecnologie che corrono veloci.
Innanzitutto, prima di occuparci di ospedali del futuro dobbiamo preoccuparci degli ospedali del passato. Il nostro paese ha molte esperienze di successo in cui vecchi ospedali dismessi hanno lasciato spazio ad altri spazi civici e di comunità. Penso per esempio all’esperienza di Bergamo in cui nel compendio dei vecchi Ospedali Riuniti ha trovato collocazione l’Accademia Nazionale della Guardia di Firenze o alla mia Lecco in cui il Politecnico di Milano ha riqualificato e occupato gli spazi del vecchio ospedale. Ormai da oltre un trentennio, grazie alla normativa dell’accreditamento introdotta nel 1992 con i Decreti di riordino, l’edilizia sanitaria ha avuto notevole impulso.
Inoltre, il DM70/2015 ha imposto un ripensamento importante della programmazione di reparti e posti letto. Tale corpo normativo ha lasciato agli enti programmatori spazi, strutture, ospedali dismessi che attendono un futuro per non essere abbandonati a un inevitabile degrado.
Ospedali, energia e mobilità sostenibile
I cambiamenti climatici permettono di esaminare gli ospedali sotto due aspetti. In primo luogo, gli ospedali sono fonti di inquinanti, di rifiuti, di consumo di energia e di suolo. È recente la necessità di dotare gli ospedali di figure nuove, gli energy manager che si esprimano sulle progettualità in ordine alla compatibilità ambientale, o anche i mobility manager che supportino le direzioni strategiche sui temi della mobilità sostenibile considerando che i flussi di dipendenti e utenti verso gli ospedali rendono strategico interfacciarsi con le amministrazioni locali per i parcheggi, per il supporto al trasporto elettrico, per l’allestimento di velostazioni e piste ciclabili e non ultimo per il trasporto pubblico.
Naturalmente lo sforzo di un ospedale come descritto ha risultati direttamente proporzionali allo sforzo corale di una comunità. Sono diverse le città che hanno iniziato uno sforzo per raggiungere obiettivi di riduzione delle emissioni nel prossimo decennio e sicuramente gli ospedali nelle città possono essere protagonisti di azioni concrete e coordinate di miglioramento.
Impatti sanitari globali del cambiamento climatico
In secondo luogo, il cambiamento climatico comporta per gli ospedali un ulteriore fronte considerando questi scenari globali:
- Impatto sui determinanti sociali e ambientali della salute: aria pulita, acqua potabile sicura, cibo a sufficienza e riparo sicuro;
- Tra il 2030 e il 2050, si prevede che il cambiamento climatico provocherà circa 250.000 morti in più all’anno per malnutrizione, malaria, diarrea e stress da caldo;
- Entro il 2030 i costi dei danni diretti alla salute saranno compresi tra 2-4 miliardi di dollari l’anno.
Inoltre, non è raro ormai che malattie tropicali trovino terreno fertile per diffondersi anche alle nostre latitudini. Le aree con infrastrutture sanitarie deboli avranno maggiori difficoltà a far fronte, senza assistenza, a prepararsi e rispondere.
Gli ospedali del futuro devono prepararsi per essere ospedali resilienti per rispondere a bisogni di cura ed assistenza in continua evoluzione e affrontare probabili ricorrenti emergenze pandemiche.
La lezione del Covid e la resilienza organizzativa
L’esperienza del Covid, di cui a Bergamo siamo stati nostro malgrado testimoni privilegiati, suggerisce che negli ospedali del futuro si debba lavorare da subito per ottenere la massima efficienza nell’uso delle risorse a disposizione individuando spazi rapidamente riconvertibili per ospitare eventuali espansioni, riconfigurazioni o aree di isolamento e zone con collegamenti diretti col resto dell’ospedale e verso l’esterno per le autoambulanze. Il concetto di ospedale del futuro come ospedale resiliente e flessibile non riguarda solamente i temi degli spazi fisici. Il concetto di resilienza e la sua declinazione relativamente al tema della flessibilità presuppone che l’organizzazione sia capace di adeguare il proprio comportamento alle diverse situazioni individuando nuove strategie, anche innovative in termini organizzativi e operativi.
Un esempio fattivo è costituito dall’identificazione di figure professionali nuove, pronte a rispondere ai nuovi problemi (in tal senso la rigidità dei ruoli del SSN è un ostacolo) ma anche alla necessità di utilizzo flessibile delle risorse umane come avvenuto negli ospedali più duramente colpiti dall’emergenza Covid. Tutto ciò può e deve essere supportato da una flessibilità anche ai vertici dell’organizzazione che può essere raggiunta anche grazie all’utilizzo di una leadership situazionale che parte dal presupposto che non c’è un’unica modalità per essere un leader efficace, ma serve una leadership che si adatti alle situazioni contingenti. Sarebbe auspicabile che la selezione dei Direttori Generali, oggi molto focalizzata sui titoli accademici e curriculari, avvenga anche valutando le cosiddette soft skills che si rivelano determinanti per gestire le crisi.
Verso aziende sanitarie più flessibili e integrate
È necessario apprendere dalle lezioni che ci ha impartito l’emergenza Covid che ha evidenziato i punti su cui dobbiamo focalizzare i nostri interventi. Servono aziende più flessibili e integrabili con un’ottica di rete, capaci di integrarsi con le strutture intermedie, la medicina territoriale e le cure primarie e con un management capace di ripensare l’organizzazione con una visione prospettica e focalizzata sulle sfide del futuro con un occhio sempre attento agli eventi contingenti.
In ultimo, fin da subito, gli ospedali del futuro possono fare molto per migliorare quello che il cittadino avverte, ovvero la qualità percepita dell’ambiente di cura. L’approccio alla progettazione degli spazi sanitari deve occuparsi di come aggiungere valore alla qualità intrinseca della prestazione sanitaria. A titolo esemplificativo il verde negli ospedali deve diventare, più che un elemento ornamentale, un vero approccio alla cura, al bello che cura e che crea armonia ed empatia. In particolare, già oggi molto si può fare per esempio per personalizzare gli spazi pediatrici e quelli destinati a ricoveri di medio-lungodegenza. L’elenco potrebbe continuare. Le buone pratiche su accoglienza, umanizzazione, utilizzo delle tecnologie user friendly sono numerose in Italia, a volte ben venga semplicemente copiare e personalizzare.
Il contributo della Dott.ssa Stasi fa parte dell’edizione 2025 del Libro Bianco di Welfair, la fiera del fare Sanità.
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