Mobilità sanitaria e uguaglianza nelle cure, da fenomeno di squilibrio a leva di tutela dei diritti

La mobilità sanitaria non è una distorsione del sistema, ma il riflesso delle disuguaglianze territoriali nell'accesso alle cure
La mobilità sanitaria non è una distorsione del sistema, ma il riflesso delle disuguaglianze territoriali nell'accesso alle cure

Articolo a cura di Rosa Sciatta, Avvocato del Foro di Roma; Patrocinante dinanzi le Giurisdizioni Superiori; Esperto di responsabilità sanitaria e migrazione sanitaria; Dottore di Ricerca in Diritto Costituzionale; Professore a contratto di Istituzioni di Diritto Pubblico

La mobilità sanitaria interregionale rappresenta una delle manifestazioni più evidenti delle diseguaglianze territoriali nel godimento del diritto alla salute. Essa nasce dall’incontro tra due principi costituzionali fondamentali: da un lato, la libertà di scelta del luogo di cura e del medico curante, quale espressione del diritto alla salute ex art. 32 Cost. Dall’altro, il principio di unitarietà e universalità del Servizio Sanitario Nazionale, che presuppone l’erogazione di Livelli Essenziali di Assistenza uniformi sull’intero territorio nazionale.

Nel concreto funzionamento del sistema, tale tensione si traduce nello spostamento dei cittadini-pazienti (soprattutto dalle Regioni del Mezzogiorno verso quelle del Centro-Nord) alla ricerca di cure percepite come più adeguate o tempestive. La mobilità sanitaria diventa così il sintomo di una diseguaglianza strutturale nell’organizzazione e nella qualità dell’offerta sanitaria regionale, incidendo direttamente sull’effettività del diritto alla salute e sul principio di uguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, comma 2, della Costituzione.

Mobilità sanitaria: distorsione del sistema o strumento di tutela del diritto?

Il dibattito sulla mobilità sanitaria oscilla tradizionalmente tra due visioni opposte. Da un lato, essa è considerata una stortura del sistema sanitario pubblico, in quanto rivelatrice dell’incapacità di garantire prestazioni omogenee in tutte le regioni, con effetti negativi sugli equilibri finanziari delle regioni a elevata mobilità passiva. Dall’altro, viene letta come strumento fisiologico e persino virtuoso di attuazione del diritto alla salute nella sua massima espansione.

Una lettura costituzionalmente orientata consente di superare questa contrapposizione. La mobilità sanitaria non è di per sé un fenomeno patologico: essa diventa problematica solo quando si trasforma in una scelta obbligata, imposta dall’assenza o dall’inadeguatezza dell’offerta sanitaria nel territorio di residenza. In tal caso, non è la mobilità a dover essere repressa, bensì le diseguaglianze che la rendono necessaria.

L’impatto finanziario e il falso mito della fuga delle risorse

Sotto il profilo finanziario, la mobilità sanitaria incide in modo significativo sui bilanci regionali, soprattutto per le regioni con saldo negativo, chiamate a rimborsare le prestazioni erogate ai propri residenti in altre regioni. Tuttavia, la rappresentazione della mobilità come fuga di risorse è solo parzialmente corretta. Il meccanismo della compensazione interregionale, fondato sulla Tariffa Unica Convenzionale e sui flussi informativi condivisi in sede di Conferenza Stato-Regioni, comporta uno spostamento della spesa sanitaria da una regione all’altra, senza determinare un aumento complessivo della spesa nazionale.

Il problema non è quindi la mobilità in sé, ma l’asimmetria strutturale tra regioni che attraggono pazienti e regioni che, invece, subiscono una mobilità passiva elevata, spesso perché inserite in piani di rientro o caratterizzate da carenze organizzative e infrastrutturali.

LEA, autonomia regionale e diseguaglianze territoriali

Alla radice della mobilità sanitaria vi è la profonda eterogeneità nell’attuazione dei Livelli Essenziali di Assistenza. Sebbene i LEA siano definiti a livello statale, la loro concreta erogazione dipende dall’organizzazione regionale dei servizi, dai tempi di attesa, dalla qualità delle strutture e dalla disponibilità di personale sanitario.

La giurisprudenza costituzionale ha più volte ribadito che la tutela della salute deve essere garantita in condizioni di fondamentale uguaglianza su tutto il territorio nazionale e che la spesa sanitaria rientra tra le spese costituzionalmente necessarie. Ne deriva che l’autonomia regionale non può tradursi in una compressione del nucleo essenziale del diritto alla salute, né in discriminazioni territoriali indirette, che colpiscono soprattutto i cittadini più fragili.

Mobilità sanitaria e cittadino-paziente: rimettere la persona al centro

Dal punto di vista del cittadino malato, la mobilità sanitaria è spesso una scelta drammatica, che comporta costi economici, sociali e psicologici elevati. Limitare o ostacolare tale libertà per ragioni di equilibrio finanziario regionale significa spostare il peso delle inefficienze del sistema sulle spalle del paziente, in violazione dei principi di dignità e uguaglianza. Il diritto alla salute non può essere condizionato dal luogo di residenza. La qualità e l’accessibilità delle cure, soprattutto per le prestazioni salvavita o ad alta specializzazione, non possono variare in modo irragionevole da una regione all’altra. In questa prospettiva, la mobilità sanitaria deve essere governata, non repressa.

Proposte per una mobilità sanitaria equa e orientata ai diritti

Per trasformare la mobilità sanitaria da indice di diseguaglianza a strumento di tutela effettiva del diritto alla salute, è necessario un cambio di paradigma. In particolare, occorre:

  • Rafforzare il ruolo dello Stato nella garanzia sostanziale dei LEA, non solo nella loro definizione formale;
  • Utilizzare i dati sulla mobilità come strumento di diagnosi delle criticità regionali, orientando investimenti mirati e piani di rafforzamento dell’offerta sanitaria nelle regioni a maggiore mobilità passiva;
  • Promuovere forme strutturate di cooperazione interregionale, attraverso accordi obbligatori per la gestione condivisa di alcune prestazioni ad alta specializzazione;
  • Superare una logica meramente contabile della compensazione, valorizzando la mobilità come indicatore di qualità del sistema e non solo come voce di debito o credito;
  • Garantire che nessuna normativa regionale possa limitare in modo sproporzionato la libertà di scelta del luogo di cura per finalità esclusivamente finanziarie.

Conclusioni e prospettive di riforma

La mobilità sanitaria non è il problema, ma la cartina di tornasole delle diseguaglianze sanitarie territoriali. Governarla in modo costituzionalmente orientato significa rimettere al centro la persona malata, superando logiche difensive regionali e adottando una visione cooperativa del SSN.

Solo così la mobilità potrà diventare non più una necessità imposta dalle disfunzioni del sistema, ma una libertà autentica, esercitata in un contesto di reale uguaglianza nelle cure sull’intero territorio nazionale. Bisogna, quindi, trasformare la mobilità sanitaria da indicatore di diseguaglianza territoriale a strumento di garanzia effettiva del diritto alla salute, assicurando pari dignità di cura ai cittadini su tutto il territorio nazionale e rafforzando la coesione del SSN.

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di Redazione Bees Sanità

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