La tavola rotonda “Parto dolce, nascita in sicurezza: modelli integrati per una nuova governance del percorso nascita” si è interrogata, a Welfair 2026, fiera del fare Sanità, su quali modelli integrati possano essere costruiti sul territorio per assicurare una presa in carico continua, sicura e realmente centrata sulla donna, dalla gravidanza al puerperio.
I presupposti partivano da alcune domande:
- Quali strumenti possono favorire una maggiore integrazione tra ospedale e territorio?
- Quale ruolo possono svolgere consultori, ostetriche di comunità, pediatri, medici di medicina generale e servizi sociali?
- Quali indicazioni possono arrivare da esperienze internazionali capaci di coniugare umanizzazione, appropriatezza e sicurezza?
- Come rispondere alla domanda di parto fisiologico senza esporre partorienti e neonati ai rischi derivanti da percorsi non adeguatamente presidiati?
La moderazione è stata condotta dalla dottoressa Maria Gabriella De Silvio, Vicepresidente nazionale del Gruppo Italiano Salute e Genere (GiSer).
Sicurezza e organizzazione dei punti nascita
Un primo spunto determinante è stato introdotto dal professor Riccardo Tartaglia, Professore straordinario Dipartimento Scienze Ingegneristiche Università degli Studi “Guglielmo Marconi”: «La chiusura dei punti nascita al di sotto dei 500 parti non deve essere una decisione meramente politica, ma deve basarsi sulle evidenze. Abbiamo molti indicatori. È necessario introdurre misure alternative, con la garanzia di avere una struttura hub disponibile nel raggio di 30 minuti».
Il tema non è marginale: l’accordo Stato-Regioni del 2010 e gli standard per la valutazione dei punti nascita a cura di AGENAS indicano come obiettivo di razionalizzazione le strutture con meno di 1.000 parti l’anno, fissando comunque un minimo di 500, con possibili deroghe per specifiche esigenze territoriali e a condizione che siano garantiti requisiti di sicurezza, personale e trasporto urgente. La questione, dunque, non riguarda soltanto il numero di parti, ma la capacità del sistema di assicurare assistenza ostetrica e neonatale tempestiva anche dove i servizi vengono riorganizzati.
Il medico di medicina generale come porta d’ingresso
La dottoressa Maria Cristina Latella, referente per la Medicina di Genere della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), ha condiviso il punto di vista dei MMG. «Il percorso nascita parte da loro. Conoscono i problemi della futura mamma, conoscono la persona. Questi elementi sono in grado di intercettare fattori di rischio, promuovendo una gravidanza consapevole. È necessaria una governance del percorso nascita».
Latella ha richiamato anche il ruolo del MMG dopo la dimissione: «Una volta tornata a casa, è sempre il medico di medicina generale a riprendere in carico la puerpera, a volte carica di ansia dovuta all’allattamento, all’isolamento sociale e alla difficoltà nella gestione di eventuali patologie croniche».
Il valore del parto fisiologico
Manuela Mariotti, del Centro Nascita Margherita dell’Ospedale Careggi di Firenze, ha posto l’accento sull’importanza del parto naturale. «Il percorso Margherita mette la donna al centro dell’evento ed esprime al massimo la competenza dei veri protagonisti: la madre, il bambino, il padre».
Il Centro Nascita Margherita è effettivamente dedicato alla gravidanza e al parto fisiologico. Promuove un’assistenza centrata sulla coppia, con il supporto delle professioni ostetriche. La sua esperienza mostra come la valorizzazione della fisiologia possa coesistere con la necessità di un presidio ospedaliero pronto a intervenire in caso di complicanze.
Patrizia Mazza ha collocato al centro della discussione l’approccio salutogenico. «Essere incinta significa accompagnare il corpo, valorizzare la fisiologia del parto». Per Mazza, infatti, occorre riconoscere e rafforzare le risorse della coppia, invece di ridurre la nascita a un evento esclusivamente clinico.
Nuovi bisogni delle partorienti
La discussione si è quindi spostata sui setting ospedalieri, grazie al contributo della dottoressa Barbara Villaccio. «L’età media delle partorienti è aumentata moltissimo. Nei reparti di ostetricia si incontrano spesso donne tra i 40 e i 50 anni. Si tratta di persone ben inserite nel mondo del lavoro, con l’obiettivo di programmare nei minimi dettagli anche la gravidanza e la nascita del proprio figlio o figlia».
Il dato nazionale conferma un progressivo invecchiamento della maternità: nel 2025 l’età media al parto in Italia ha raggiunto 32,7 anni, proseguendo la crescita registrata negli ultimi decenni. Non si tratta quindi di una media generale collocabile tra 40 e 50 anni, ma di una tendenza all’aumento dell’età materna e di una presenza più significativa di gestanti in età matura, con bisogni informativi, organizzativi e clinici specifici.
Anestesia, emergenza ed equità
A proposito di nascita, Pasquale Sansone ha sottolineato l’importanza di coinvolgere l’anestesista nel contesto neonatale e non soltanto all’interno delle sale parto. «L’attenzione deve essere estesa anche al pre-hospital».
Secondo Sansone, la riduzione dei punti nascita potrebbe contribuire a situazioni di parto non programmato in ambito domiciliare; il relatore ha quindi richiamato la necessità di valutare esiti, cause e criticità del sistema. Infine, ha richiamato un principio democratico: l’equità. «Oggi si registrano molte disparità, anche economiche. La partoanalgesia, in alcune Regioni o centri, è un privilegio. Non è accessibile a tutte le partorienti».
Allattamento, formazione e continuità
Patrizia Mazza ha rimarcato l’importanza dell’iniziativa “Ospedale amico del bambino” per la promozione e il sostegno dell’allattamento. Arianna Parodi ha segnalato un nodo formativo da sciogliere: «Non tutti gli operatori sanitari sono formati, in particolare sull’allattamento». Bisogna investire nella formazione multidisciplinare, aperta agli operatori sanitari, alle mamme ed ai papà.
In tema di continuità, Riccardo Campus ha sollevato una criticità amministrativa e assistenziale: «I neonati escono dall’ospedale senza codice fiscale e senza pediatra di libera scelta». Aspetto che rimanda alla necessità di semplificare le procedure di riconoscimento e presa in carico del neonato, evitando interruzioni nella continuità assistenziale già nei primi giorni di vita.
Una Governance possibile
Dal confronto emerge una richiesta comune: superare la frammentazione tra consultorio, medicina generale, ostetricia territoriale, ospedale, emergenza-urgenza e servizi sociali. Il parto dolce non può essere contrapposto alla sicurezza: per diventare una realtà diffusa, deve poggiare su percorsi integrati, ruoli chiari, personale formato e strutture in grado di garantire interventi tempestivi quando la fisiologia lascia spazio all’emergenza.
Le risposte alle domande iniziali troveranno la loro giusta collocazione all’interno del Libro Bianco 2026, prossimamente online.
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