Oltre l’accesso alle cure: perché l’accoglienza fa parte del percorso sanitario

L’Associazione KIM accoglie ogni giorno bambini bisognosi di cure, provenienti da tutto il mondo. «La cura riguarda la persona nella sua interezza» sottolinea il presidente Paolo Cespa. «Se il bambino e la madre non sono sereni, anche le terapie ne risentono»

“Accesso alle cure” non significa soltanto trovare un ospedale in grado di intervenire e risolvere il problema. Per un bambino costretto a lasciare il proprio Paese per ricevere cure adeguate, il percorso sanitario comprende anche l’accoglienza, la permanenza lontano da casa e il sostegno alla famiglia. È su questo spazio che lavora da oltre 25 anni l’Associazione KIM, che accoglie bambini con gravi patologie e i loro familiari provenienti da Paesi nei quali non sono disponibili cure adeguate.

Questi bambini arrivano attraverso ospedali, medici o direttamente attraverso le richieste delle madri. Una volta a Roma, l’associazione si rapporta con le strutture sanitarie per costruire il percorso di cure più adatto. «Ma – spiega il presidente Paolo Cespa – il percorso non deve limitarsi solo a curare la malattia».

«La cura riguarda la persona nella sua interezza»

«Il bambino di per sé non ha difficoltà – racconta Cespa – si adegua facilmente quando trova un ambiente che risponde ai suoi bisogni, che non sono soltanto sanitari: giocare, vivere serenamente, conoscere persone nuove, sentirsi accolto. Anche per questo la condizione della madre assume un’importanza centrale. Deve sentirsi tutelata, amata e seguita in tutti i modi perché possa stare tranquilla. Altrimenti le terapie non raggiungono il livello necessario».

«L’accoglienza diventa quindi parte del percorso di cura. Non soltanto un posto dove dormire, ma un ambiente nel quale il bambino e la sua famiglia possano sentirsi al sicuro durante una permanenza che può durare pochi mesi, ma anche un anno o diversi anni. Bisogna prendere una persona tra le braccia, cullarla, farla sentire al centro della nostra attenzione, andare incontro ai suoi bisogni e cercare di prevenirli», sottolinea Cespa.

L’accoglienza come parte del percorso sanitario

«Per una famiglia che deve trasferirsi per mesi o anni – prosegue Cespa – la possibilità di ricevere una terapia adeguata passa anche dalla disponibilità di un luogo in cui vivere, dalla possibilità di essere accompagnata e dalla costruzione di un ambiente che renda sostenibile il percorso. È proprio in questo spazio che l’associazione colloca il proprio intervento: la cura medica e l’accoglienza non come percorsi separati, ma come parti di un’unica presa in carico della persona».

«Viviamo in un mondo dove tutto è garantito, la salute è garantita», osserva Cespa. «Ma c’è un’altra parte di mondo che non ha niente, a cui dobbiamo invece dare. Questo significa rispondere a un bisogno sanitario, ma anche creare condizioni di incontro e integrazione attraverso la condivisione di valori».

Rimischiare le carte della vita

L’accoglienza, quindi, non può essere considerata un elemento secondario rispetto all’assistenza sanitaria. «I bambini che arrivano a Roma possono provenire da contesti nei quali una patologia grave non può essere curata o nei quali la vita quotidiana è segnata da condizioni di estrema difficoltà. Non hanno avuto le carte buone», così il presidente KIM.

«L’obiettivo deve essere allora non solo curare, ma anche provare a rimescolare quelle carte, curando la malattia e mettendo il bambino nelle condizioni di poter immaginare un futuro diverso. Non sappiamo che fine faranno – prosegue – ma il punto è offrire una possibilità che altrimenti potrebbe non esistere. Se non fossero venuti qui, questa possibilità non l’avrebbero mai avuta».

Dall’Etiopia a Roma con il sogno di diventare pilota

Tra le storie che Paolo Cespa ricorda c’è quella di Mike, un bambino arrivato dall’Etiopia dopo una segnalazione dell’ambasciatore italiano. «Mike venne curato al Bambino Gesù e tornò nel suo Paese. Qualche anno dopo, a KIM arrivò una fotografia: Mike era ormai un ragazzo, indossava una tuta da pilota ed era accanto a un’automobile con due coppe. Qualche tempo dopo arrivò un altro messaggio: stava frequentando un corso per diventare pilota d’aereo».

«Questo episodio è la sintesi di quello che significa curare», conclude Cespa. «Quella storia raccontava qualcosa che va oltre il risultato della cura stessa: non mi preoccupo soltanto della salute, ma voglio darti delle carte da gioco migliori per il futuro».

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di Bernardino Ziccardi

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