La realtà virtuale è la nuova frontiera degli interventi pediatrici

Pacifica l’approccio all’intervento, toglie l’utilizzo degli oppiacei, semplifica il risveglio dei pazienti e, così, calma anche i genitori
Pacifica l’approccio all’intervento, toglie l’utilizzo degli oppiacei, semplifica il risveglio dei pazienti e, così, calma anche i genitori

Curare e operare i pazienti più piccoli in ambienti concepiti e realizzati sulle loro necessità non si tratta solamente di erogare una buona sanità: significa rispettare i loro diritti. Infatti, come sottolinea Marialaura Scarcella, Dirigente del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni, «nella Carta dei Diritti dei Bambini è esplicitato il fatto che i bambini devono essere gestiti trattati visitati in ambienti per loro idonei».

Perciò, l’AO, in collaborazione con l’ospedale e l’Università di Perugia, ha recentemente avviato un percorso di prehabilitation pediatrica con la realtà virtuale e sale allestite appositamente per i bambini. La visuale distrattiva della realtà virtuale «è talmente tanto impattante nella loro esperienza che rimuovono il trauma del percorso chirurgico» afferma la Dirigente. Il risultato è quello di un’esperienza in cui i piccoli pazienti non sono gli unici a trovare giovamento. Infatti, anche i genitori vedendo i loro figli più calmi, si tranquillizzano di conseguenza.

Com’è strutturato il percorso Dott.ssa Scarcella?

«Il percorso è molto giovane, nato da poco tramite una collaborazione con l’ospedale di Perugia e con l’Università di Perugia, grazie anche al contributo del Dott. Prestipino, e della pediatria di Terni, ovviamente in collaborazione con tutto il reparto di anestesia e rianimazione di Terni. C’è stata una volontà della direzione di portare la chirurgia pediatrica a Terni. Era già in atto nell’ambiente l’attività di prehabilitation del paziente adulto oncologico, che abbiamo poi adattato anche a quella pediatrica. I bambini in prehabilitation pediatrica trovano un ambiente pensato per loro. Le pareti, infatti, sono colorate con immagini e colori confortevoli, che si ritrovano in tutte le fasi del percorso, dalla prehabilitation alla pediatria e alla sala operatoria.

Marialaura Scarcella, Dirigente del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni

Durante la valutazione anestesiologica, insieme ai familiari, viene spiegato al bambino il percorso con un linguaggio adatto e comprensibile per tutte le fasce di età, per evitare l’effetto sorpresa e l’ansia dell’ignoto.

Viene quindi presentato il visore, che rientra nelle tecniche di distrazione immersiva e rappresenta una tecnica anestesiologica non farmacologica. Il bambino può scegliere l’ambiente in cui vuole essere immerso, come una passeggiata in montagna o, molto spesso, un ecosistema marino, con immagini tridimensionali e rumori rilassanti.

Il visore viene utilizzato anche durante l’induzione anestesiologica. L’intervento viene condotto in anestesia generale e, a seconda del tipo di intervento, utilizziamo tecniche di anestesia locoregionale ecoguidate per il controllo del dolore postoperatorio».

Quali sono le principali difficoltà organizzative, formative o economiche che una struttura sanitaria dovrebbe affrontare per replicare questo modello?

«Inizialmente, dando inizio a un percorso che non esisteva a Terni, è stato necessario avere dei confronti soprattutto con i collaboratori di Perugia. Infatti, abbiamo fatto numerosi incontri per pianificare il percorso prima di metterlo in atto.

Fondamentale è stato il supporto delle associazioni. Ho sottolineato immediatamente la volontà di rispettare la Carta dei diritti dei bambini e di rendere gli ambienti più umani per il bambino e loro ne hanno compreso immediatamente l’importanza. LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori), Zoo di Simona, Ternana Women, artisti neodivergenti, il mobilificio Collaretti e Coricelli che ha donato le suppellettili: senza di loro il percorso non sarebbe stato possibile.

Allo stesso modo, la direzione ha accolto velocemente la richiesta di acquisizione del visore, che è stata prontamente fatta dalla mia primaria, la Dott.ssa Commissari. Le aziende che producono il visore sono state propense a lasciarlo a disposizione per un periodo più lungo rispetto a quello dovuto. C’è stata una sensibilità veramente importante nei confronti del progetto».

Quali sono stati i cambiamenti più evidenti che avete osservato nei piccoli pazienti e nelle loro famiglie?

«Durante l’intervento viene costantemente controllato il livello di anestesia del bambino attraverso uno specifico monitor pediatrico. Tramite strumenti per la valutazione della fluidoterapia e un monitoraggio mini-invasivo dell’attività cardiovascolare, vengono somministrate le giuste quantità di fluidi durante l’anestesia. Questo ci ha consentito di avere risvegli assolutamente tranquilli nella grande maggioranza dei casi, grazie alla riduzione dell’ansia anticipatoria e al controllo del dolore.

Grazie all’attività del team multidisciplinare il controllo del dolore viene effettuato senza l’utilizzo di oppiacei: bastano gli anestetici locali, il paracetamolo e altri blandi antidolorifici associati alle tecniche di anestesia locoregionale.

Questo ha un impatto importante anche sulle famiglie. Il distacco tra il bambino e i genitori al momento in cui entrano in sala operatoria è assolutamente addolcito grazie all’utilizzo del visore. Quando li andiamo a controllare in reparto nel postoperatorio, anche i genitori e i fratellini sono sereni».

Come state misurando i benefici di questo percorso di prehabilitation?

«Nel postoperatorio valutiamo il bambino secondo delle scale specifiche, come per esempio la Ped Scale, in cui viene valutato il delirium del bambino. Si è visto che il punteggio si associa a una assoluta riduzione, quasi inesistenza, del delirium al suo risveglio. Il bambino ha un contatto con il medico veramente immediato, risulta subito collaborativo e non manifesta dolore.

Le altre scale che utilizziamo sono, per esempio, la Ped-Pad, per valutare prima della dimissione la capacità di deambulare e la capacità di alimentarsi. I bambini hanno fame subito e questo è un ottimo risultato.

La cosa che ci ha colpito di più è chiedere al bambino cosa gli è piaciuto di più e cosa gli è piaciuto di meno di tutto il percorso. Alla prima domanda rispondono quasi sempre con il visore. Quando gli chiediamo cosa gli è piaciuto di meno, non sanno cosa dire. La realtà virtuale distrattiva è talmente tanto impattante nella loro esperienza che rimuovono il percorso chirurgico».

Avete già pensato a come potenziare il percorso?

«Il progetto è nato da poco, quindi siamo ancora al momento di perfezionarlo. Se questo modello virtuoso può essere replicato in altre aziende ben venga, ma non è ancora pronto.

Per quanto mi riguarda, già avere l’utenza, quindi i bambini e le famiglie che arrivano col sorriso, gli studenti di medicina che vedono una realtà virtuosa, che fanno delle tesi e utilizzano dei device assolutamente all’avanguardia, per me è un grande traguardo, in qualità di responsabile dell’anestesia pediatrica, ma anche di docente universitario».

Guardando oltre la chirurgia pediatrica, vede applicazioni della realtà virtuale che portino lo stesso tipo di benefici anche in altri ambiti dell’assistenza?

«Sì, assolutamente sì. Ha delle potenzialità che noi probabilmente non riusciamo neanche a immaginare. Uno può essere, per esempio, in terapia intensiva, con la stimolazione dei pazienti attraverso la realtà virtuale e l’interattività, facilitando per esempio la mobilizzazione di arti che rimangono ipomobili o immobili a lungo e quindi la stimolazione all’interazione in realtà virtuali.

Un altro ambito riguarda gli interventi in anestesia locoregionale. Quello che ho visto è la possibilità di ridurre la quantità di farmaci sedativi che bisogna somministrare, per esempio, prima dell’intervento. Questo garantisce dei risvegli più veloci per i pazienti, ma anche una tollerabilità del dolore maggiore. Non si utilizzano dosi rescue di antidolorifici nel postoperatorio, mangiano subito, si muovono subito, vanno via, corrono per il corridoio. È veramente fortemente importante perché si riduce la quantità di farmaci che viene somministrata. Questo può valere anche per l’adulto.

Altri ambiti sono, per esempio, quello oncologico. Per esperienze personali vicine a me, spesso i pazienti oncologici devono sottoporsi a terapie lunghe, in cui essere distratti e immersi in una realtà virtuale sicuramente aiuta.

Anche nelle tecniche di imaging può essere d’ausilio. Mi occupo di sedazione pediatrica in risonanza e in TAC e sicuramente questo può essere utile. Ancora il visore non può essere utilizzato in risonanza per incompatibilità con il macchinario, però può esserci un’implementazione e sicuramente sarebbe d’ausilio».

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di Arrigo Bellelli

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