L’interoperabilità in sanità, ovvero la capacità di scambiare e utilizzare dati clinici in modo sicuro ed estensivo tra sistemi, Regioni e Paesi diversi rappresenta ancora oggi un obiettivo da raggiungere. Nonostante investimenti massicci, i sistemi sanitari dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) restano, nella migliore delle ipotesi, un «patchwork»: ricchi di dati, ma poveri di informazioni.
È questo il quadro tracciato dal Working Paper No. 197 dell’OECD, intitolato «Interoperability in healthcare: Towards an interconnected future», frutto di 41 interviste a esperti governativi, 22 risposte a un survey internazionale e una vasta ricerca documentale. Il messaggio centrale è inequivocabile: la sfida non è tecnica, ma umana e politica. E il costo del ritardo si conta in vite, fiducia dei pazienti e miliardi di euro di spesa pubblica sprecata. E’ necessario creare un linguaggio comune, così da avere le condizioni organizzative, giuridiche e culturali per usare i dati in modo coordinato, sicuro e funzionale tra i vari gestori dei dati stessi.
Ma cosa si intende per interoperabilità?
La capacità dei sistemi, dispositivi, applicazioni e organizzazioni diverse di scambiarsi, interpretare e usare i dati in modo sicuro e coordinato, con il minimo intervento umano possibile. Non si tratta solamente di trasmettere dati. L’informazione e il suo significato devono restare immutati nel passaggio da un sistema all’altro, da una struttura all’altra, da un professionista all’altro.
L’OCSE ricorda che l’interoperabilità ha senz’altro 5 dimensioni intrecciate:
- Tecnica (infrastrutture, formati, protocolli di scambio);
- Semantica (terminologie, codifiche, modelli di dati comuni);
- Legale (norme su privacy, uso primario e secondario, responsabilità del dato);
- Normativa (policies, meccanismi di controllo e conformità);
- Organizzativa (governance, processi, gestione del cambiamento, culture professionali).
Frammentazione
L’informazione deve seguire l’utente lungo tutto il percorso di cura. Attualmente la frammentazione che si registra (a causa di sistemi non comunicanti tra loro) è in grado di facilitare gli errori diagnostici. Riduce la fiducia dei cittadini, alimenta burnout dei professionisti e aumenta gli sprechi organizzativi.
Secondo il rapporto, la suddetta dispersione dei dati pesa per il 17,5% dell’intera spesa sanitaria. Di riflesso, le conseguenze di quegli stessi errori incidono per un ulteriore 11%. L’impatto complessivo sale così fino al 28,5% della spesa sanitaria totale.
Quando i sanitari non hanno la storia clinica completa dei loro assistiti, prescrivono nuovi esami, prestazioni e, di riflesso, si allungano i ricoveri. Nel solo Regno Unito, il 64,4% dei medici riferisce che i pazienti restano in ospedale più a lungo a causa di problemi legati al recupero delle informazioni cliniche. E l’81,5% dei clinici ritiene che un’interoperabilità inadeguata rappresenti un rischio concreto per la sicurezza degli utenti stessi.
Dalle interviste emerge, inoltre, un aspetto che rafforza le criticità lamentate. Il 95,9% dei medici inglesi ha affermato di avere difficoltà a reperire le informazioni cliniche di cui ha bisogno dai sistemi di cartella elettronica. La scarsa interoperabilità compromette negativamente il flusso di lavoro quotidiano (93,7%) e l’81,5% degli intervistati la considera un rischio concreto per la sicurezza del paziente, a causa di anamnesi incomplete, elenchi di terapie inaccurati e informazioni mancanti sulle allergie.
Ne deriva che il cittadino è costretto a ripetere le stesse informazioni a professionisti diversi. Si riduce dunque la fiducia. Nei pazienti cronici tale sfiducia arriva a crescere del 30%.
La torre dell’interoperabilità
Gli autori del lavoro europeo propongono la metafora della torre dell’interoperabilità: quattro livelli sovrapposti. Il valore dei dati cresce dal basso verso l’alto, mentre la guida politica scorre dall’alto verso il basso.
- Livello locale: qui si produce il dato. Operatori sanitari raccolgono informazioni, e le usano per assistere e curare gli utenti. Purtroppo, a questo primo livello si concentrano le infrastrutture datate, unite alla scarsa alfabetizzazione digitale;
- Livello regionale: su questo piano si integrano dati di strutture eterogenee. Vi si aggiunge la frammentazione della governance nei sistemi decentralizzati, l’adozione incoerente agli standard e la sfiducia tra stakeholder;
- Livello nazionale: nonostante rappresenti il livello decisionale, dove si definiscono strategie, modelli di governance, emergono problemi di investimenti insufficienti, modelli di business non sostenibili, i fornitori di software che bloccano i dati in modelli chiusi e, per finire, procedure di accesso ai dati troppo lunghe e farraginose;
- Livello transfrontaliero: qui la frammentazione risulta ancora più evidente, le pratiche di de-identificazione non sono armonizzate e mancano esperti in grado di navigare tra normative diverse.
Il flusso di dati che si fonde nei quattro livelli deve essere top-down. Essere coerenti e assimilabili sul piano locale, altrimenti si producono nuove isole digitali. Allo stesso tempo, la qualità e il formato di dati raccolti in prima linea, se ben progettati e confezionati, generano valore che cresce e si compone man mano che i dati salgono la torre, fino ai livelli di ricerca e cooperazione internazionale.
Buon uso dell’interoperabilità
Abbiamo visto che la frammentazione produce errori, prolungamento delle degenze e, di riflesso, aumento dei costi sanitari. La soluzione è a portata di mano! L’OECD stima che l’interoperabilità efficace può generare un risparmio compreso tra il 2,7% e il 6,6% della spesa sanitaria annua. Alcuni paesi hanno già intrapreso questo cammino:
- Finlandia: lo studio Sitra stima un potenziale risparmio di circa 1,95 miliardi di euro all’anno (il 6,4% della spesa sanitaria). Grazie a percorsi di cura fluidi, riduzione della duplicazione e uso efficiente dei dati per la prevenzione. In prospettiva tutto ciò si traduce in un milione di giorni di malattia in meno all’anno.
- Regno Unito: un’analisi Ernst & Young del 2019 quantifica in 5 miliardi di sterline l’anno i risparmi per il sistema sanitario inglese (NHS), oltre a 4,6 miliardi di benefici per i pazienti. Grazie all’uso dei big data, dell’intelligenza artificiale e della medicina personalizzata.
- Canada: un lavoro di ricerca del 2025 indica un valore potenziale di 9,4 miliardi di dollari canadesi annui (il 2,71% della spesa sanitaria), derivante da un minore spreco farmaceutico, screening mirati e ricerca velocizzata.
«L’interoperabilità opzionale è come suggerire che, anche se sappiamo che fermarsi al semaforo rosso salva vite, dovrebbe essere facoltativo». Tale metafora (contenuta nel report), presa dal contesto stradale, ribadisce il fatto che se si accetta che la stessa sicurezza stradale richiede regole comuni, è difficile affermare che la sicurezza del paziente e la sostenibilità del sistema possano prescindere da regole comuni sui dati.
Quale è il senso di tale affermazione? Per l’EOCD, l’interoperabilità deve essere implementata per default, non su richiesta.
Creare un linguaggio comune
Per decenni sono stati utilizzati standard tecnici e semantici, che oggi sono maturi, disponibili e pronti a creare un’interoperabilità globale. Nonostante ciò, l’adozione è poco superiore al 40% dei paesi protagonisti del resoconto OECD. E solo il 23% di essi si affida ad una legislazione che impone lo scambio di dati sanitari basato su standard comuni. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha quindi identificato 26 abilitatori politici, raggruppati in quattro aree:
- Persone: qui le parole chiave sono educazione, coinvolgimento ed empowerment. La Francia e la Danimarca investono nella trasparenza e nel coinvolgimento dei cittadini al fine di costruire fiducia. L’Australia punta invece sul change management organizzativo.
- Processi: le keywords sono strategia e ottimizzazione. Il Canada ha un Pan-Canadian Interoperability Roadmap. La Danimarca usa linee guida di procurement per obbligare i fornitori a rispettare gli standard. La Germania ha costruito una strategia semantica nazionale coordinata dall’Istituto Federale per i Farmaci e i Dispositivi Medici.
- Politiche: legislazione e regolamentazione. Gli Stati Uniti hanno il 21st Century Cures Act e le norme anti-data blocking. L’Estonia usa un mix di incentivi e disincentivi. La Colombia ha legiferato sulla cartella clinica elettronica interoperabile.
- Tecnologia: il cardine si traduce in infrastrutture dati e qualità. La Svizzera e l’Estonia applicano il principio del once-only (i dati vengono raccolti una sola volta e successivamente riutilizzati). La Finlandia, con Findata, ha istituito un processo trasparente per l’uso secondario dei dati. In generale, l’Unione Europea sta avanzando verso lo European Health Data Space (EHDS), con cataloghi nazionali di metadati e servizi cross-border obbligatori (prescrizioni, referti, immagini).
Interoperabilità che unisce non isola
Il documento OECD sottolinea una necessità ineludibile di valorizzare l’interoperabilità globale. Essa non può essere considerata un processo tecnologico isolato. È una componente strutturale della sanità digitale. Coinvolge contemporaneamente persone, tecnologia, dati, standards, organizzazione, competenze, governance e regole. L’obiettivo finale non è semplicemente far comunicare sistemi diversi. È fare in modo che l’informazione possa essere disponibile e fruibile quando serve, affidabile e sicura ma, soprattutto, riutilizzabile nel rispetto delle regole. Il dato viaggia su una sorta di unico binario, in grado di percorrere singoli applicativi, singole organizzazioni, senza frammentarsi. In pratica diventa una risorsa all’interno dell’intero sistema sanitario internazionale.
L’interoperabilità è già unita altrove! Il settore bancario ha costruito SWIFT e l’open banking britannico. L’aviazione ha imposto l’ADS-B per la sorveglianza del traffico aereo. I sistemi di navigazione satellitare (GNSS) funzionano grazie a standard globali condivisi. Ma cosa hanno in comune tali sistemi? Governance neutrale, standard aperti, mandati regolatori chiari e benefici immediati per chi aderisce. In sanità è diverso. Prevale ancora la logica dei giardini recintati, dove gli sviluppatori e i fornitori di software traggono vantaggio dalla chiusura dei dati piuttosto che dalla loro circolazione.
Conclusioni
Il rapporto propone una lista di azioni concrete, tutte legate ad una leadership proattiva e collaborativa:
- Valutare l’interoperabilità come motore di crescita economica e salute pubblica;
- Prioritizzare persone e governance, non solo tecnologia;
- Assicurare che i dati siano usabili per l’interesse individuale e pubblico, con adeguate tutele;
- Progettare l’interoperabilità per oggi e per domani, con standard evolutivi;
- Investire nella formazione del personale sanitario;
- Coinvolgere l’intera comunità sanitaria, inclusi pazienti e industria;
- Sviluppare incentivi economici e politici per l’adozione;
- Favorire investimenti condivisi in infrastrutture digitali.
I sistemi sanitari mancano di una visione condivisa, governance coerente e cultura della collaborazione. Come scrivono gli autori del documento, «se nessuno si prende il merito, possiamo ottenere molto di più». In un periodo di vera e propria rivoluzione digitale, grazie all’AI, avere un algoritmo con dati scadenti, genererà output altrettanto scadente. La vera rivoluzione deve partire dai dati e dal valore ad essi attribuibile, grazie a nuove politiche aperte alla gestione condivisa di tali informazioni sanitarie.
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