Continua a tenere banco il tema del calo dell’attrattività del settore infermieristico e della conseguente difficoltà nel reperire professionisti. Secondo quanto riporta Nurse24, il Sistema Sanitario Regionale (SSR) lombardo ha perso oltre 3.500 infermieri all’anno dal 2022 al 2024. È importante sottolineare come solamente un terzo di queste defezioni è dovuto al normale turnover dei pensionamenti. La maggior parte, infatti, sono dimissioni volontarie degli infermieri stessi, dovute a condizioni di lavoro sempre peggiori grazie a burocrazia, retribuzioni al palo (ma sbloccate recentemente), violenze e burnout.
Un’emergenza cronica
L’emergenza non è limitata esclusivamente ai reparti, ma colpisce anche i corsi di laurea in infermieristica. La Statale di Milano, la Bicocca e l’Università di Pavia hanno un numero di candidati inferiore ai posti disponibili: rispettivamente 567 per 815 posti, 230 per 340 e 151 per 260. Dalla politica al momento non sono arrivate soluzioni sistemiche, ma solo iniziative che fermassero l’emorragia senza però risolvere il problema alla radice. Ad esempio, per risolvere la carenza di personale sanitario la Regione Molise ha importato dei medici cubani.
«La situazione che stiamo affrontando – afferma Walter De Caro, Presidente Consociazione Nazionale Associazioni Infermiere/i (CNAI) – non è più definibile come una semplice emergenza, ma come una crisi strutturale e sistemica che rischia di far collassare l’intera impalcatura del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN). È per questo motivo che come CNAI, in sinergia con l’ICN (International Council of Nurses), stiamo cercando di portare dati inoppugnabili all’attenzione dei decisori politici».
Presidente De Caro, a chi attribuisce oggi la responsabilità principale di questa crisi: programmazione nazionale, gestione regionale o governance aziendale?
La responsabilità è indubbiamente trasversale, ma il peccato originale risiede in una miopia programmatoria a livello nazionale, da parte di Ordini, Regioni e Istituzioni centrali e dalla conseguente mancanza di investimento. Il nostro Paese non è voluto dotare di un Piano Nazionale delle Risorse Umane (proposto in una recente audizione alla Camera dei deputati) ancorato ai reali bisogni epidemiologici della popolazione. Si è legiferato costantemente sotto la scure della clausola di invarianza finanziaria: continuamente si fa riferimento al concetto di isorisorse, un’ipocrisia istituzionale che ha paralizzato lo sviluppo.

A cascata, le Regioni hanno frammentato il sistema e le governance aziendali hanno adottato una logica puramente ragionieristica: l’infermiere è stato declassato a mera voce di costo da comprimere, anziché essere valorizzato come il capitale umano più prezioso. Come denuncio da tempo, mancano all’appello oltre 100.000 infermieri, mentre abbiamo un numero di medici che è molto maggiore rispetto ad altre nazioni a noi sovrapponibili. È un paradosso tutto italiano.
Oltre a questo, è necessario ridefinire il modello di relazione tra Istituzioni e professione nel suo complesso. Bisogna co-creare la trasformazione positiva non farla cadere dall’alto, senza ascolto, con atteggiamento dirigista. Il sintomo più evidente è che troppo spesso nel mondo istituzionale e regolatorio molte attività sono messe in atto senza ascolto vero: si invitano tra loro, si applaudono tra loro, si assolvono tra loro. Nessun controcanto vero, nessuna voce critica, nessun dissenso che non sia preventivamente sterilizzato.
Cosa ci dice il dato per cui solamente un terzo delle uscite è dovuto ai pensionamenti e i restanti due terzi da dimissioni volontarie sulla qualità percepita del lavoro infermieristico oggi?
Ci restituisce l’immagine drammatica di una disillusione professionale che sfocia in un vero e proprio danno morale. I dati dell’ICN anche a livello globale parlano chiaro: il 20% degli infermieri sta pensando di abbandonare la professione. I nostri giovani entrano nei reparti spinti da alti ideali, ma si scontrano con ambienti di lavoro tossici, tassi di burnout elevatissimi e un demansionamento sistematico. L’ICN ci ricorda che un terzo degli infermieri di prima linea ha assistito al decadimento e alla fine della vita di pazienti a causa della carenza di personale. Le dimissioni volontarie sono un atto di autoconservazione: i professionisti fuggono da un sistema che li logora fisicamente e psicologicamente, senza offrire loro alcun riconoscimento tangibile.
I dati citati si riferiscono alla Lombardia: qual è lo stato dell’arte nel resto del Paese?
La desertificazione professionale è una piaga nazionale. I dati dell’ultimo Report nazionale sui dati delle immatricolazioni sono a dir poco allarmanti: a livello nazionale, le domande di ammissione per Infermieristica sono calate dell’11,1% rispetto all’anno precedente (da 21.178 a 18.836). Per la prima volta, il rapporto domande/posti è sceso sotto l’unità, attestandosi allo 0,9. Significa che non abbiamo nemmeno un candidato per ogni posto disponibile.
Se al Nord il costo della vita rende stipendi attuali incompatibili con una vita dignitosa, al Sud pesano infrastrutture fatiscenti, blocchi del turnover e disorganizzazione. Il risultato è la fuga: abbiamo circa 9.000 infermieri italiani formati a spese dello Stato che oggi lavorano all’estero (Regno Unito, Svizzera, Norvegia), dove trovano stipendi doppi e percorsi di carriera, oltre che di benessere lavorativo, sono reali, percepibili, concreti. Posti dove, tra l’altro, non si propaganda l’allottamento del personale dalla pratica clinica professionale a favore di momenti di pianificazione. E dove di demansionamento se ne parla ben poco.
Al netto dei temi ormai noti, quali sono le cause più profonde e meno dichiarate che stanno allontanando i giovani dalla professione infermieristica già in fase di accesso universitario?
La causa più profonda è l’assenza di un reale empowerment organizzativo e clinico e l’incremento reale dell’autonomia con la possibilità di agire per il completamento del percorso di assistenza e cure. I giovani sono informati e rifiutano di immolarsi in un sistema anacronisticamente medico-centrico. I dati OCSE rivelano che il 79% degli infermieri si sente troppo qualificato per le mansioni routinarie che è costretto a svolgere quotidianamente.
In Italia, un infermiere con laurea magistrale o master si scontra con un soffitto di cristallo regolatorio, contrattuale e professionale non gli è permesso prescrivere presidi o farmaci di sua competenza, a differenza dei colleghi europei. Studiare duramente per poi essere relegati a ruoli esecutivi, senza una carriera clinica (ma solo gestionale), azzera l’attrattività della professione. Basti pensare che per Fisioterapia il rapporto domande/posti è superiore a 6 per ogni posto, mentre per noi è fermo allo 0,9.
Il legislatore ha introdotto la figura dell’assistente infermiere ma sigle sindacali e associazioni hanno unanimemente bocciato questa misura: perché?
Perché non ci troviamo di fronte a un’innovazione organizzativa, ma a un pericoloso e illegittimo espediente di social dumping e skill dilution (diluizione delle competenze), che baratta la sicurezza dei cittadini con il risparmio contabile. Come CNAI, insieme a UIL FPL, e con il sostegno di ENPAPI (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica), MIGEP (Federazione Nazionale delle Professioni Sanitarie e Sociosanitarie) e APSILEF (Associazioni Professioni Sanitarie Italiane Legali e Forensi), abbiamo depositato una formale denuncia alla Commissione Europea per violazione della Direttiva UE 2013/55/EU e dell’Articolo 168 del TFUE sulla tutela della salute pubblica.
I numeri sono un atto d’accusa inequivocabile: si pretende di delegare mansioni cliniche a figure che ricevono appena 500 ore di formazione (di cui solo 200 teoriche), pari a un misero 10,9% delle 4.600 ore imposte dall’Unione Europea per la formazione infermieristica.
Praticamente si portano fuori dal perimetro della professione infermieristica (trasferimento di mansioni per risparmio economico e temporale) mascherato semanticamente come funzioni e assistenza di base. A questo personale verranno affidate terapie intramuscolari e sottocutanee, gestione di tracheostomie, ECG, stomaterapia, nutrizione enterale, ossigenoterapia e cateterismi. La letteratura scientifica ci dice che non sono procedure semplici: senza le necessarie basi di farmacocinetica, anatomia e fisiopatologia, si espongono i pazienti (spesso anziani e con multi-morbilità) a rischi letali, che vanno dal danno neurologico allo shock anafilattico non riconosciuto, fino alla polmonite ab ingestis.
La presunta supervisione infermieristica prevista dal DPCM è, nei fatti, una finzione giuridica e operativa. Come può un infermiere supervisionare costantemente queste figure durante i turni di notte nelle RSA, dove spesso è l’unico professionista presente per decine di pazienti? O nell’assistenza domiciliare (ADI), dove il personale opera in totale dispersione geografica? Si scarica così sugli infermieri un’insostenibile responsabilità per culpa in vigilando, a cui si aggiunge un vuoto normativo inaccettabile.
Di che vuoto normativo parla?
Sto parlando dell’assistente infermiere è classificato come mero operatore di interesse sanitario. Non rientra nelle tutele e negli obblighi della Legge Gelli-Bianco sulla responsabilità professionale, non possiede un Ordine di riferimento, non ha un albo pubblico consultabile dai cittadini e manca di un meccanismo disciplinare chiaro per la radiazione in caso di negligenza grave.
La letteratura internazionale dimostra in modo inoppugnabile che sostituire infermieri generalisti laureati con assistenti infermieri aumenta in modalità esponenziale la mortalità, le cadute, le infezioni nosocomiali e gli errori terapeutici, allungando le degenze e finendo per costare di più al sistema nel lungo periodo. Introdurre manodopera low-cost per mascherare il fallimento delle politiche retributive e il collasso dell’attrattività universitaria è una riforma sanitaria: è un attentato alla sicurezza delle cure.
Oltre a un allungamento delle liste d’attesa e un servizio di minor qualità, quali sono le conseguenze della mancanza di infermieri?
Le conseguenze hanno un impatto macroeconomico devastante. Come dimostra il rapporto 2025 ICN Il potere economico dell’assistenza, la cattiva salute costa all’economia globale il 15% del PIL. Ogni euro investito in infermieri genera un ritorno economico che va dai 2 ai 4 euro. Senza infermieri aumentano le degenze ospedaliere, le riammissioni e i costi per i risarcimenti da errori medici. Inoltre, la carenza infermieristica fa collassare l’intera impalcatura dell’assistenza territoriale: le Case di Comunità previste dal PNRR rischiano di rimanere cattedrali nel deserto, vanificando la transizione dalle cure ospedaliere a quelle domiciliari e preventive. Il tema di quest’anno della prossima giornata dell’infermiere è come l’empowerment degli infermieri salvi le vite. Da questa base, dall’importanza di valorizzazione e investimento bisogna partire per garantire l’assistenza necessaria ai cittadini.
Ci sono dei modelli nazionali o internazionali da cui dovremmo prendere spunto?
Certamente. Una maggiore flessibilità di natura organizzativa e percorsi di certificazione ed accreditamento sia delle organizzazioni che dei singoli professionisti sicuramente sono utili per sviluppare una nuova fioritura della professione infermieristica.
Una maggiore flessibilità organizzativa e turnistica, ad esempio, così come il modello dei Magnet Hospitals (Ospedali Magnete), ha dimostrato che l’implementazione di una governance condivisa e di ambienti di lavoro positivi riduce il burnout del 17,8% e aumenta la qualità delle cure dell’11,9%. Dobbiamo inoltre guardare a nazioni come Spagna, Regno Unito o Irlanda, che hanno implementato con successo la prescrizione farmacologica e la figura sia dell’Infermiere specialistica (esperienza o Master di primo Livello) e dell’Infermiere di Pratica Avanzata (APN) a livello di laurea magistrale. Questi professionisti operano con ampia autonomia, gestendo i percorsi della cronicità, in particolare nell’assistenza sanitaria primaria, garantendo percorsi di cura eccellenti a costi inferiori per il sistema.
Se dovesse indicare tre interventi prioritari da attuare entro 12 mesi, quali sceglierebbe?
Sceglierei:
- 1. Rivoluzione dell’ecosistema formativo e accademico. Non possiamo attrarre i giovani senza investirci. Chiediamo l’azzeramento totale delle tasse universitarie per gli studenti di infermieristica e l’introduzione di contratti di formazione-lavoro retribuiti già dal secondo anno, per un inserimento clinico dignitoso e protetto. A livello accademico, non si può non esigere la piena emancipazione della disciplina: vanno istituiti Dipartimenti Universitari di Scienze Infermieristiche autonomi, implementando i joint appointments (incarichi congiunti Università-SSN) per valorizzare finalmente la leadership dei docenti-clinici. Vanno, inoltre, aperti percorsi di transizione accelerata (fast-track) per attrarre studenti da altre lauree scientifiche, oltre alla razionalizzazione dei percorsi universitari e di formazione post-base regionale.
- 2. Piena espressione delle competenze e Pratica Avanzata (Il Patto per la Salute). Basta con i tetti di cristallo e i limiti anacronistici che bloccano il potenziale infermieristico. Dobbiamo allinearci agli standard internazionali implementando subito un modello a tre livelli: infermieristica generalista, infermieristica specialistica e l’APN, riconoscendo legalmente e contrattualmente le specializzazioni e introducendo il diritto alla prescrizione farmacologica. È urgente abbattere i tabù normativi e, parallelamente, la pericolosa figura dell’assistente infermiere, puntando invece su una reale e sicura evoluzione degli Operatori Socio Sanitari.
- 3. Shock retributivo e fine del dumping salariale (Il Patto per la Dignità). Per fermare la drammatica emorragia di professionisti in fuga verso l’estero, serve una manovra di investimento economico senza precedenti. Non si può non esigere un incremento sostanziale delle retribuzioni base per allinearle immediatamente alla media OCSE e l’introduzione dell’indennità di esclusività, riconoscendo il peso specifico della nostra responsabilità. È imperativo imporre l’equiparazione contrattuale i diversi comparti in ambito sanità pubblica e privata per stroncare il social dumping al ribasso, unita a norme vincolanti che garantiscano il benessere organizzativo, la sicurezza psicofisica e un reale equilibrio tra vita privata e lavoro (work-life balance).
