AI e sicurezza informatica in sanità: innovazione e rischio corrono insieme

Dati sanitari, algoritmi e cybersicurezza: la governance digitale è la nuova frontiera della qualità e della sicurezza delle cure
Dati sanitari, algoritmi e cybersicurezza: la governance digitale è la nuova frontiera della qualità e della sicurezza delle cure

La diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale nel settore sanitario sta producendo una trasformazione profonda, che investe non soltanto i processi clinici ma anche la struttura organizzativa e il quadro delle responsabilità. Come evidenziato dal Comitato Nazionale per la Bioetica nel parere del febbraio 2026, l’ingresso dell’AI rappresenta una discontinuità epistemica e organizzativa che impone una revisione dei paradigmi tradizionali, in particolare in materia di consenso informato e tutela della persona.

In questo scenario, la cybersicurezza emerge come dimensione inscindibile dall’adozione dell’AI. I dati sanitari non rappresentano soltanto un input tecnico, ma costituiscono una dimensione essenziale della persona, strettamente connessa alla sua identità e vulnerabilità. Proteggerli da accessi non autorizzati, violazioni e usi impropri è una condizione necessaria per rendere l’innovazione digitale eticamente e giuridicamente sostenibile. Il tema non riguarda soltanto la conformità normativa all’AI Act o al GDPR, ma investe la fiducia dei pazienti e la tenuta complessiva del sistema sanitario.

Come si rapporta il medico con l’AI oggi

Medici di medicina generale (MMG) e specialisti condividono una familiarità con il digitale simile ma con delle differenze nel lavoro quotidiano. I MMG faticano soprattutto con la gestione onerosa dello studio (19%), il carico amministrativo (18%) e la mancanza di formazione tecnologica (14%). Gli specialisti invece segnalano i costi di gestione (26%), la burocrazia di ASL e Regioni (24%) e il carico amministrativo (15%).

Sul fronte degli strumenti adottati, entrambe le categorie privilegiano i software per la gestione dell’agenda, il 32% tra i MMG, il 37% tra gli specialisti, e le piattaforme digitali. Circa un terzo dei MMG utilizza strumenti come ChatGPT, quota che sale al 39% tra gli specialisti.

Riguardo alle funzionalità AI più desiderate, i MMG puntano sulla progettazione di piani terapeutici personalizzati (24%) e sulla gestione dei farmaci (20%), mentre gli specialisti mettono al primo posto l’ottimizzazione delle risorse (24%). La convinzione che l’AI cambierà radicalmente il lavoro nei prossimi cinque anni accomuna il 76% dei MMG e ben l’83% degli specialisti, con maggiore concentrazione nel Nord e nel Centro. I principali ostacoli all’adozione restano la complessità d’uso e la mancanza di integrazione con i sistemi esistenti.

L’AI tra apertura e preoccupazione

La maggioranza dei pazienti frequenta il medico tra tre e cinque volte l’anno (58%) e usa già strumenti digitali come app di prenotazione, teleconsulto e dispositivi indossabili (79%). Tuttavia, la conoscenza dell’AI in ambito sanitario rimane superficiale: solo il 5% si dichiara molto informato, il 61% conosce l’argomento solo in modo generico e il 34% non ne sa nulla.

Di fronte al medico che usa strumenti AI, la maggioranza dei pazienti (76%) si dichiara neutrale. Una quota significativa esprime però un giudizio positivo sull’esperienza: su una scala da 1 a 5 il 25% ha assegnato il punteggio massimo di 5, mentre il 33% un punteggio di 4.

Sul tema diagnostico, il 54% ritiene che l’AI possa migliorare l’accuratezza delle diagnosi (21% sicuramente, 33% probabilmente). Tra i miglioramenti attesi, i pazienti indicano processi più semplici per prenotazioni e referti (22%), maggiore precisione diagnostica (21%) e trattamenti più personalizzati (20%).

Le preoccupazioni principali riguardano l’affidabilità delle diagnosi (23%), la riduzione dell’autonomia dei medici (21%) e il rischio di sostituzione della figura medica (20%). In merito agli strumenti digitali per il monitoraggio della salute, il 55% li accetterebbe solo se facili da usare, il 24% li abbraccerebbe senza riserve e il 21% preferisce il contatto diretto col medico. Il 52% prevede infine che l’AI cambierà radicalmente il modo in cui riceviamo le cure.

Un esempio della sua potenzialità

Emanuele Ciotti, Direttore Generale USL Umbria 1 ha portato a un recente evento alla Camera dei Deputati che verteva su questo tema un’esperienza del programma di screening mammografico umbro che oggi raggiunge quasi 160.000 utenti all’anno. Questa testimonia l’importanza del tema: «L’IA sta andando a una velocità che noi non possiamo controllare. Lo standard aureo nelle mammografie è la doppia lettura: posso sostituire il secondo radiologo con l’AI? Oppure può supportarlo nella doppia lettura? Può decidere lei di attuare la strategia di triage ovvero smistare i casi a basso rischio da quelli ad alto rischio? La letteratura ci risponde negativamente alla prima domanda e positivamente alle altre due, aiutando efficienza e accuratezza clinica. Ha quindi ridotto il carico di lettura e aumentato il tasso di rilevamento».

«Un altro studio ha certificato che l’utilizzo dell’AI ha incrementato del 22% i richiami dei pazienti, diminuito da 25 a 18 giorni la media della refertazione di 1° livello e aumentato i richiami entro i 28 giorni, soglia di tempismo ottimale che l’efficacia diagnostica. La maggiore efficienza operativa migliora in secondo luogo anche le adesioni agli screening»

Mariangela Rulli, Head of Public Affairs Italy MioDottore, nella stessa occasione ha aggiunto che «il digitale non è un orpello bensì ma parte integrante del metodo di lavoro. Ad esempio, i medici utilizzano l’AI per sviluppare i piani terapeutici dei loro pazienti. I pazienti non sono estranei all’evoluzione digitale della sanità. Affinchè i medici la utilizzino l’AI deve essere affidabile, comprensibile, etica e deve essere accompagnata da una formazione adeguata».

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di Arrigo Bellelli

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