Chi curerà l’Italia di domani?

Il SSN perde ogni anno migliaia di camici bianchi che scelgono il privato o l'estero. Ci sono soluzioni possibili

Un recente articolo della fondazione GIMBE mette in luce una serie di elementi critici in merito agli operatori del Sistema Sanitario Nazionale. 

Oggi, non sono più le liste d’attesa infinite, né i pronto soccorso stipati di barelle, il vero termometro della crisi della sanità pubblica italiana. Il problema, più profondo e meno visibile agli occhi dei cittadini, ha un nome preciso: capitale umano. Mancano le persone. Mancano i medici, mancano gli infermieri, mancano i professionisti che dovrebbero prendersi cura degli italiani nei prossimi decenni. E chi c’è, sempre più spesso, se ne va. E la domanda che pone GIMBE non riguarda quante risorse pubbliche destinare alla sanità, ma chi si prenderà cura degli italiani da qui in avanti. 

Anche noi ci siamo occupati del tema negli ultimi anni, presentando alcune proposte attraverso il Libro Bianco di Welfair. Ma proviamo ad analizzare i dati. 

Il paradosso italiano: tanti medici, ma introvabili 

I numeri raccontano una storia contraddittoria. Con 5,4 medici ogni mille abitanti, l’Italia si colloca al secondo posto tra i Paesi dell’Ocse, ben al di sopra della media internazionale, ferma a 3,9. Sulla carta, insomma, il nostro Paese non dovrebbe avere alcun problema di carenza di personale medico. Nella pratica, però, oltre 90.000 medici italiani non lavorano né come dipendenti né come convenzionati del SSN, e non sono nemmeno medici in formazione specialistica. 

Il paradosso si spiega con la parola chiave dell’intera vicenda: selettività. Non mancano i medici in assoluto, mancano in alcuni ambiti precisi, quelli percepiti come meno remunerativi, più stressanti, meno valorizzati. Al primo gennaio 2026, per la copertura dell’intero territorio nazionale, mancano circa 5.700 medici di medicina generale, la figura che dovrebbe rappresentare il primo presidio di cura sul territorio, il punto di riferimento quotidiano per milioni di famiglie (circa 6 milioni di persone non hanno un MMG). A questi si aggiungono le carenze strutturali in discipline come l’emergenza-urgenza, la medicina di laboratorio, la radioterapia, la medicina nucleare, le cure palliative e la medicina di comunità. 

I giovani medici, insomma, stanno scegliendo. E le loro scelte sono un giudizio severo sul sistema: intere branche della medicina pubblica vengono percepite come troppo esposte, troppo gravose, poco gratificanti sia dal punto di vista economico sia da quello professionale. Non si tratta più di formare più medici, quanto piuttosto di riuscire a trattenerli una volta formati. La vera emergenza, oggi, è la progressiva desertificazione di interi settori del SSN, con i professionisti che si spostano verso condizioni economiche e organizzative più favorevoli, spesso fuori dal pubblico o addirittura fuori dall’Italia. 

Infermieri, la crisi più grave 

Se la situazione dei medici è preoccupante, quella degli infermieri rasenta l’emergenza conclamata. L’Italia occupa il 23esimo posto su 31 Paesi europei dell’area Ocse per numero di infermieri, con appena 6,9 professionisti ogni mille abitanti contro una media di 9,5. Ma il dato più allarmante non riguarda il presente, bensì il futuro: la professione infermieristica ha smesso di attrarre i giovani. 

Nell’anno accademico 2025-2026, per la prima volta, il numero di domande di iscrizione ai corsi di laurea in infermieristica è risultato inferiore ai posti disponibili. Un rovesciamento drammatico rispetto a pochi anni fa: il rapporto tra domande e posti, che nel 2020-2021 era pari a 1,6, è crollato a 0,9 nel 2025-2026. In altre parole, le università faticano a riempire le aule, non più a selezionare tra troppi aspiranti. 

Le ragioni sono molteplici, ma quella economica pesa in modo evidente. Nel 2023 un infermiere ospedaliero italiano percepiva in media poco più di 40.000 euro l’anno, contro i circa 55.000 della media europea: un divario di 15.000 euro. E mentre negli altri Paesi le retribuzioni reali del personale infermieristico sono cresciute nell’ultimo decennio, in Italia hanno addirittura perso terreno. 

Trentatré miliardi sottratti in dodici anni 

Dietro ai numeri sulle carenze di organico c’è una scelta politica di lungo periodo, più che un destino inevitabile. Tra il 2012 e il 2024, la quota di spesa sanitaria pubblica destinata al personale dipendente e convenzionato è scesa del 3,1%. 

Il risultato di questo prelievo prolungato è un capitale umano progressivamente indebolito e demotivato, che ha alimentato l’abbandono del servizio pubblico e la crescente disaffezione verso alcune professioni e specialità cruciali per la tenuta del sistema. 

Il paradosso dei gettonisti 

C’è un ultimo dato che riassume, quasi con crudeltà, l’assurdità del meccanismo innescato: il ricorso ai gettonisti, medici a chiamata pagati a prestazione per tappare i buchi di organico nei reparti più in difficoltà, soprattutto pronto soccorso. Solo nel biennio 2024-2025 questa modalità di reclutamento emergenziale è costata oltre un miliardo di euro alle casse pubbliche. 

Il paradosso è evidente: il SSN perde i propri professionisti, spesso perché non riesce a offrire condizioni economiche e organizzative competitive, e poi è costretto a riacquistarli sul mercato a ore, pagandoli molto di più di quanto costerebbe assumerli stabilmente. 

Il doppio binario della sanità italiana 

Le conseguenze di questa emorragia di personale non si fermano ai confini del SSN. Ogni professionista che lascia il pubblico, infatti, raramente abbandona la sanità in quanto tale: molto più spesso riappare nel mercato privato, dove può curare solo chi è in grado di pagare di tasca propria o dispone di una copertura assicurativa. 

Si delinea così quello che gli esperti definiscono un doppio binario: da una parte un SSN che resta universalistico nei principi costituzionali, ma sempre più fragile nella capacità concreta di garantire tempi di accesso rapidi ed equi su tutto il territorio; dall’altra un mercato sanitario privato in costante espansione, alimentato proprio dai professionisti che il pubblico non riesce più a trattenere. Un meccanismo silenzioso, quasi impercettibile nel breve periodo, attraverso cui il principio di universalità della cura arretra pur senza essere mai formalmente abolito da nessuna legge. 

Uno sguardo oltre confine 

Il confronto con gli altri sistemi sanitari europei aiuta a capire quanto la traiettoria italiana sia un’anomalia, più che una sfortuna condivisa. Paesi come Germania, Francia e i sistemi scandinavi hanno affrontato negli ultimi quindici anni le stesse pressioni demografiche (popolazione che invecchia, cronicità in aumento, carenza di personale su scala globale) ma le hanno gestite con strumenti diversi: piani pluriennali di reclutamento con obiettivi numerici vincolanti, meccanismi di adeguamento salariale automatico legato all’inflazione, investimenti mirati nella formazione infermieristica avanzata. Non hanno eliminato il problema, ma lo hanno contenuto, mentre in Italia la combinazione di blocco del turnover, tetti di spesa e ritardi contrattuali ha trasformato una difficoltà strutturale comune a tutto l’Occidente in un’emergenza specificamente nazionale. 

Un dato aiuta a fissare la scala del problema: se l’Italia volesse allineare la propria dotazione infermieristica alla media Ocse, passando dagli attuali 6,9 infermieri per mille abitanti ai 9,5 della media, servirebbero all’incirca 150.000 professionisti in più rispetto agli organici attuali. Un numero che nessun piano assunzionale annuale può colmare dall’oggi al domani, e che richiede necessariamente una strategia decennale, con obiettivi intermedi verificabili, piuttosto che annunci ricorrenti privi di copertura finanziaria pluriennale. 

Anche sul fronte medico, il problema non è la quantità assoluta di laureati (cresciuta in seguito all’ampliamento dei posti nei corsi di laurea). Il collo di bottiglia si è spostato più a valle: da un lato le borse di specializzazione, che per alcune discipline restano insufficienti rispetto al numero di laureati che vorrebbero accedervi; dall’altro, una volta completata la specializzazione, la scelta di molti giovani medici di non entrare affatto nel SSN, optando fin da subito per la libera professione, il settore privato accreditato o l’estero. È qui che si gioca, secondo gli osservatori del settore, la partita più delicata: non tanto formare più medici, quanto rendere il sistema pubblico competitivo rispetto alle alternative che il mercato oggi offre. 

La burocrazia che toglie tempo alla salute 

In sanità, il tempo non è solo una variabile organizzativa: è una risorsa clinica, terapeutica ed etica. Ogni minuto sottratto alla relazione di cura può tradursi in un ritardo diagnostico, in un’informazione non compresa, in una presa in carico meno efficace. Eppure, negli ultimi decenni, una parte crescente del tempo di medici, infermieri e professionisti sanitari viene assorbita da attività burocratiche, amministrative e documentali che, pur avendo una funzione di controllo, rendicontazione e tracciabilità, finiscono spesso per prevalere sulla cura vera e propria. 

La crescita silenziosa della burocrazia sanitaria 

La burocrazia in sanità non è un fenomeno improvviso. È il risultato di stratificazioni normative, tecnologiche e organizzative che si sono sedimentate nel tempo. 

Ogni riforma sanitaria, ogni nuovo modello di finanziamento, ogni innovazione tecnologica ha introdotto nuovi obblighi documentali: moduli da compilare, consensi informati da acquisire, tracciamenti da garantire, indicatori da misurare. 

Dietro i moduli: le cause della sovraburocratizzazione 

La burocrazia sanitaria non nasce dal nulla. Al contrario, è spesso figlia di buone intenzioni. Le sue possibili cause sono: 

  1. Logica del controllo e della difensiva; 
  1. Frammentazione normativa; 
  1. Digitalizzazione mal progettata; 
  1. Cultura della misurazione; 
  1. Carenza di personale di supporto. 

L’impatto sui professionisti 

L’eccesso di burocrazia contribuisce in modo significativo al burnout, alla demotivazione e all’abbandono della professione. 

L’impatto sui pazienti 

Attese più lunghe e percorsi complessi generano frustrazione e riducono la qualità percepita della cura. 

Meno carte non significa meno regole 

Semplificare non vuol dire deregolamentare, ma rendere la documentazione utile e funzionale alla cura. 

Il ruolo della sanità digitale 

La digitalizzazione può ridurre il carico burocratico solo se progettata in modo centrato sui professionisti e sui pazienti. 

Il valore del tempo restituito 

Ogni minuto restituito alla cura migliora ascolto, sicurezza, qualità e sostenibilità del sistema. 

Conclusione 

Ogni adempimento inutile sottrae tempo alla cura. In sanità la burocrazia è diventata un problema clinico prima che amministrativo. 

Ridurre la burocrazia significa mettere il tempo e la relazione al centro della sanità. È il tempo di contrastare efficacemente la burocrazia difensiva: occorre implementare delle Black List aziendali per eliminare procedure, firme e documenti che non producono valore clinico. 

Di seguito l’incipit ed i suggerimenti degli esperti: «Il peso della burocrazia nel SSN non è solo un costo amministrativo, ma un ostacolo diretto alla salute. Ogni minuto speso in adempimenti ridondanti è tempo sottratto alla clinica e alla relazione. La nostra proposta mira a una cura dimagrante strutturale del sistema». 

Le proposte di Welfair 

Li abbiamo applauditi dai balconi, celebrati come eroi, poi rapidamente dimenticati, criticati, talvolta addirittura aggrediti. Eppure, sono sempre gli stessi professionisti, con gli stessi limiti umani, che ogni giorno reggono sulle proprie spalle il SSN. Medici, infermieri e operatori sanitari continuano a garantire cure a milioni di cittadini in un contesto sempre più fragile, segnato da trasformazioni demografiche profonde e da scelte politiche che per anni hanno rinviato una riforma strutturale del lavoro sanitario. 

Oggi il nodo è arrivato al pettine. Senza una profonda revisione dell’organizzazione del lavoro, dei profili professionali, dei percorsi formativi e dei sistemi di responsabilità, il SSN rischia di non reggere l’urto congiunto dell’invecchiamento della popolazione, della carenza di personale e della crescente complessità clinica e tecnologica. È uno dei messaggi più chiari che emergono dal terzo Libro Bianco di Welfair 2025: il capitale umano è la risorsa più preziosa della sanità pubblica, ma è anche la più trascurata. 

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di Enzo Chilelli

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