Obesità nelle giovani donne: casi in aumento del 75%

L’obesità nelle giovani donne è aumentata del 75% in dieci anni. I dati Istat mostrano divari sociali, territoriali e generazionali
obesità infantile

L’obesità nelle giovani donne registra una crescita particolarmente marcata in Italia. Nell’arco di dieci anni, la quota di donne tra i 18 e i 34 anni con obesità è passata dal 3,6% del 2016 al 6,3%, con un incremento complessivo del 75%. È quanto emerge dai dati Istat 2025 sull’epidemiologia dell’obesità in Italia, presentati a Roma durante l’ottavo Italian Barometer Obesity Forum.

La tendenza interessa anche gli uomini della stessa fascia di età, sebbene con un aumento più contenuto. Tra i maschi dai 18 ai 34 anni, la prevalenza è infatti salita dal 4,6% al 6,2%, facendo registrare una crescita del 35%. L’aumento prosegue nelle fasce anagrafiche successive: tra i 35 e i 44 anni il tasso è passato dall’8,5% al 10,3%, mentre tra i 45 e i 54 anni è cresciuto dall’11,1% al 12,5%.

Un minore su quattro è in eccesso di peso

La fotografia restituita dall’Istat riguarda anche bambini e adolescenti. In Italia, il 26% dei minori tra i 3 e i 17 anni si trova in una condizione di eccesso di peso, una quota equivalente a oltre un bambino o ragazzo su quattro. Il valore raggiunge il 32,3% tra i bambini dai 3 ai 10 anni, confermando la necessità di intervenire precocemente attraverso strategie di prevenzione rivolte non soltanto ai singoli, ma anche alle famiglie e ai contesti educativi.

I dati mostrano inoltre una relazione tra la condizione dei genitori e quella dei figli. Quando entrambi i genitori sono in eccesso di peso, la percentuale di minori nella stessa condizione sale al 35,8%. Il fenomeno risulta più diffuso anche nelle famiglie che dispongono di minori risorse economiche e culturali, evidenziando una dimensione sociale che accompagna quella strettamente sanitaria.

Secondo i dati illustrati da Roberta Crialesi, dirigente del servizio Sanità, salute e assistenza dell’Istat, l’eccesso ponderale riguarda il 27,6% dei minori appartenenti a famiglie con risorse economiche scarse o insufficienti, contro il 24,9% rilevato nelle famiglie con disponibilità adeguate o ottime. La quota raggiunge inoltre il 33,8% nelle famiglie con un basso livello di istruzione, mentre scende al 20,3% quando almeno uno dei genitori possiede un titolo universitario o superiore.

Obesità e salute riproduttiva femminile

L’aumento dell’obesità tra le donne più giovani assume particolare rilevanza anche per le possibili conseguenze sulla salute riproduttiva. Paolo Sbraccia, presidente dell’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation e professore all’Università di Roma Tor Vergata, ha ricordato che l’obesità è una condizione multisistemica, associata a complicanze come diabete di tipo 2, ipertensione, alterazioni dei lipidi, apnee ostruttive del sonno, osteoartrite e patologie cardiovascolari.

Per le giovani donne, la condizione può avere effetti anche sulla fertilità. Secondo quanto riportato durante il Forum, l’obesità triplica il rischio di infertilità e aumenta la probabilità di aborto, mentre le possibilità di concepimento diminuiscono con la crescita dell’indice di massa corporea. L’eccesso di peso può inoltre aggravare la sindrome ovarica poliendocrino-metabolica, con conseguenze sulla funzione riproduttiva e metabolica.

Il divario territoriale tra Nord e Sud

Alla componente anagrafica e sociale si aggiungono forti differenze geografiche. La regione con la maggiore quota di persone con obesità è il Molise, con il 14% della popolazione, seguito dalla Puglia con il 13,2%, dalla Sicilia con il 12,5% e dalla Campania con il 12%. I valori più bassi si registrano invece in Toscana, con l’8,7%, nella Provincia autonoma di Bolzano, con l’8,8%, e in Liguria, con il 9,3%.

La distribuzione dell’obesità conferma quindi un significativo divario tra il Nord e il Sud del Paese, insieme a differenze interne alle singole regioni. Molise, Friuli-Venezia Giulia, Provincia autonoma di Trento e Marche presentano le disuguaglianze territoriali più marcate, mentre Veneto, Emilia-Romagna, Calabria e Basilicata mostrano una diffusione più uniforme del fenomeno.

Sedentarietà in calo, ma riguarda un italiano su tre

Un segnale positivo arriva dalla riduzione della sedentarietà, diminuita di quasi dieci punti percentuali rispetto al 2016. La quota di persone sedentarie è passata dal 41,4% al 32,4%, continuando tuttavia a interessare quasi un italiano su tre. Il fenomeno riguarda maggiormente le donne, con una percentuale del 35,8%, rispetto al 28,8% registrato tra gli uomini.

La prevalenza dell’obesità risulta più elevata tra chi non pratica attività fisica. Tra le persone sedentarie, la quota raggiunge infatti il 15,8%, contro il 9,5% rilevato tra coloro che svolgono attività fisica. Il confronto non esaurisce la complessità di una malattia determinata da numerosi fattori, ma conferma il ruolo degli stili di vita all’interno di una strategia più ampia di prevenzione e presa in carico.

Dalla legge sull’obesità alle politiche nazionali

Nel corso dell’Italian Barometer Obesity Forum, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha dichiarato: «È una sfida che va affrontata con la collaborazione di tutti gli attori coinvolti». Il ministro ha sottolineato il valore dei dati per la programmazione delle politiche pubbliche, dalla misurazione dei risultati alla correzione degli interventi che non producono gli effetti attesi.

Schillaci ha inoltre richiamato l’approvazione della legge italiana dedicata all’obesità, che riconosce la natura cronica, progressiva e recidivante della malattia e definisce diritti, percorsi e responsabilità. Tra le misure annunciate figurano anche l’istituzione dell’Osservatorio nazionale sull’obesità e la preparazione di un Programma nazionale di prevenzione e cura destinato a fornire indicazioni alle Regioni.

L’aggiornamento del Piano nazionale della cronicità comprende inoltre l’obesità tra le nuove patologie considerate. I dati sull’aumento dei casi tra le giovani donne, sulla diffusione dell’eccesso di peso tra i minori e sulle disuguaglianze sociali e territoriali indicano la necessità di trasformare il riconoscimento normativo in percorsi di prevenzione e cura accessibili, garantendo una risposta uniforme e una maggiore equità nell’assistenza su tutto il territorio nazionale.

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di Teresa Zeleznik

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