Le zecche, e conseguentemente anche le malattie di cui sono veicoli, sono in aumento in Italia. Il cambiamento climatico, l’aumento delle popolazioni di animali selvatici come cervi e roditori e il cambiamento delle nostre abitudini e comportamenti stanno permettendo la proliferazione di questi parassiti: il risultato è un aumento dell’incidenza di patologie come la Malattia di Lyme, l’encefalite da zecche (TBE) e la febbre bottonosa del Mediterraneo.
La sorveglianza nazionale coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità con il Ministero della Salute e le Regioni ha rilevato che i casi di TBE sono passati dai 21 del 2020 ai 67 del 2025. Si tratta, inoltre, di una stima al ribasso dei casi effettivi, perché vengono conteggiati solamente i casi segnalati o ricoverati. Nelle regioni europee endemiche i casi di TBE sono cresciuti di circa il 400% in trent’anni.
A testimoniare la sempre maggiore importanza della problematica è il fatto che accanto a iniziative di respiro nazionale cominciano a diffondersi anche esperienze di carattere più locale. Ne costituisce un esempio il progetto MONZEC, iniziativa di monitoraggio e mappatura della diffusione delle zecche nelle regioni alpine tra Italia e Austria. MONZEC ha attestato che il 38 per cento delle zecche analizzate era positivo alla Borrelia della malattia di Lyme e l’1 per cento al virus della TBE. Giulia Mauri, veterinario del Dipartimento di sanità pubblica dell’AUSL di Modena, sottolinea come gli uomini per difendersi dovrebbero adottare comportamenti corretti quando frequentano ambienti all’aria aperta e nel verde.
Dott.ssa Mauri, perché le zecche rappresentano oggi un tema di crescente interesse per la salute pubblica?
«La ragione è complessa ed è legata da una parte al cambiamento climatico e dall’altra alle nostre abitudini. Quello delle zecche e delle malattie da loro trasmesse è un tipico fenomeno da osservare in ottica One Health: perché le condizioni dell’ambiente, degli animali e dell’uomo sono strettamente legate fra loro.
Il cambiamento climatico influisce sulle popolazioni degli animali di qualsiasi tipo, quindi anche dei parassiti come le zecche, in maniera diretta e indiretta. L’aumento delle temperature allunga il periodo vitale di questi animali che, al di sotto di certi valori soglia tipici di ogni specie, sono quiescenti. Un anticipo del clima mite in primavera che si protrae fino a tardo autunno consente un periodo di attività e una stagione riproduttiva più lunga per questi parassiti. Ciò si traduce anche in più ovodeposizioni e quindi in un aumento del numero di zecche sul territorio. L’assenza di inverni rigidi poi ne riduce la mortalità.
Anche la globalizzazione può giocare un suo ruolo, facilitando l’arrivo di zecche tipiche di altri Paesi sul nostro territorio: un animale, domestico o selvatico che sia, potrebbe infatti veicolare passivamente una zecca da molto lontano fino alle nostre latitudini. Penso ad esempio agli uccelli migratori che ogni primavera percorrono la rotta Africa-Europa. Oggi, proprio a causa del cambiamento climatico, la sopravvivenza di questa zecca esotica potrebbe essere favorita rispetto al passato».
Quali sono le principali malattie che una zecca può trasmettere all’uomo?
«Le zecche sono un’opportunità per i patogeni: proprio come utilizzano uccelli e mammiferi come veicoli di trasporto, questi a loro volta, quando infetti, agiscono come veicoli di diffusione di agenti patogeni. Le zecche sono tante, appartengono a specie e generi diversi e una singola specie può anche essere in grado di portare più patogeni. A loro volta i patogeni sono tanti e diversi, principalmente batterici e virali ma non solo. Per di più molti possono colpire sia l’uomo sia altri animali: quindi il quadro è veramente molto complesso.
Durante il pasto di sangue su un ospite le zecche si infettano con agenti patogeni e al pasto successivo possono trasmettere una malattia al successivo ospite. Le zecche, infatti, hanno bisogno di compiere un pasto di sangue per poter mutare allo stadio successivo: da larva a ninfa e da ninfa a esemplare adulto. Necessitano di un pasto di sangue anche per poter deporre le uova. Possono sopravvivere a digiuno per lunghi mesi e non sono ospite-specifiche, ma possono effettuare il pasto su molte specie: mammiferi, uccelli e addirittura rettili.
In Emilia-Romagna e nell’Appennino settentrionale è relativamente diffusa la malattia di Lyme. È una malattia batterica provocata dalla Borrelia burgdorferi ed è quella che riscontriamo più frequentemente.
Abbiamo poi l’encefalite da zecca (TBE) provocata da un virus. Per la TBE storicamente ci sono dei focolai nel Nord Est e in Lombardia e per la quale esiste un vaccino. C’è anche la Febbre bottonosa del Mediterraneo, trasmessa dalla Rickettsia conorii: più tipica delle isole maggiori in Italia, ma la si riscontra anche in Lazio e Calabria. Poi ci sono la Tularemia, la Febbre Q, la Babesiosi, l’Erlichiosi e molte altre, anche se piuttosto rare.
Esistono anche malattie mai manifestatesi sul territorio italiano, come la febbre emorragica Crimea-Congo, provocata da un nairovirus e trasmessa soprattutto da zecche del genere Hyalomma.
È bene ricordare, però, che non tutte le zecche sono infette e comunque non sempre trasmettono patologie compiendo il pasto. Di conseguenza, essere punti non significa automaticamente essere malati».
Se troviamo una zecca attaccata alla pelle, come dobbiamo rimuoverla?
«Le zecche presenti nel nostro territorio, come le Ixodes ricinus, effettuano un pasto di sangue che può durare due o più giorni. Al termine, dopo circa 48-72 ore, la zecca normalmente rigurgita ed è proprio questo il momento in cui può trasmettere i patogeni. Ecco perché è importante staccarle dal corpo il prima possibile.
Evitiamo di farlo con le mani, poiché rischiamo di schiacciarle e indurre il riflesso del rigurgito: esistono in commercio delle pinzette specifiche, acquistabili in farmacia, che sono utili allo scopo. Le pinzette vanno usate correttamente: bisogna pinzare il parassita proprio nel punto in cui il suo rostro si infigge nella pelle, in maniera tale da non schiacciare il corpo, ed estrarne il rostro senza movimenti di torsione. Se, estraendolo, il rostro rimane infisso nella pelle, è sufficiente toglierlo con un ago disinfettato, così come comunemente si fa con le schegge. Tolta la zecca, basta lavare e disinfettare la ferita.
Assolutamente vanno evitati metodi fantasiosi e non ortodossi: evitiamo di scottarla con un accendino, di “annegarla” con una goccia di olio, alcol o benzina. Sono tutte azioni che favoriscono il rigurgito».
Quali sintomi è importante tenere sotto controllo nei giorni successivi?
«In rari casi, dopo l’asportazione di una zecca, la pelle può infiammarsi e ciò succede generalmente in tempi molto brevi. Nel caso di una malattia trasmessa col pasto di sangue, invece, i sintomi sono diversi a seconda del patogeno e possono manifestarsi anche dopo lungo tempo. È consigliabile, in caso di dubbio, rivolgersi sempre al proprio medico curante che potrà eventualmente impostare una cura appropriata: si devono assolutamente evitare terapie fai da te.
Nella malattia di Lyme, un sintomo tipico è l’eritema migrante. Nell’80% delle persone circa si manifesta un arrossamento circolare ad anello, il cui centro coincide con il punto di infissione della zecca sulla cute. L’eritema tende col tempo ad allargarsi e può manifestarsi fino a dopo 30-40 giorni dalla puntura. Se siamo stati punti da una zecca, teniamo sotto controllo la zona di cute interessata per oltre un mese, per individuare l’eventuale eritema migrante.
Possono sopraggiungere febbre e sintomi intermittenti e poco patognomonici simili all’influenza. Se non curata, la malattia di Lyme procede molto spesso con ingrossamento dei linfonodi, dolore articolare intermittente e migrante, che può proseguire per mesi o per anni e cronicizzare. L’infezione raramente può evolvere dando problematiche cardiache e neurologiche. Avere un riconoscimento tempestivo dell’infezione e seguire la terapia appropriata permettono di evitare tutto questo».
Come possiamo prevenire le punture durante le attività all’aperto?
«Cerchiamo di prevenire tutte le occasioni di infestazione mentre frequentiamo i boschi, ma anche le aree verdi urbane dove ormai la presenza di questi parassiti è radicata. Le zecche parassitano l’ospite utilizzando la strategia dell’ambushing: si arrampicano sui fili d’erba e sugli arbusti, aspettando che passi un animale o l’uomo per lasciarsi cadere su di esso, attirate da stimoli di movimento, chimici e da variazione di luce. Le forme larvali si arrampicano sui fili d’erba, mentre le ninfe e gli esemplari adulti raggiungono altezze maggiori, fino a 1,5 metri.
Quindi quando frequentiamo aree boschive o parchi cittadini:
- Indossiamo un abbigliamento appropriato che copra il più possibile il corpo, come maniche lunghe, pantaloni lunghi inseriti all’interno delle calze e scarpe alte chiuse alla caviglia, cappellino. Meglio scegliere abiti di colore chiaro che sono meno attrattivi per le zecche e ne facilitano l’individuazione. Molti di noi, complice il caldo, si recano in ambienti boschivi in pantaloncini, sandali e maglietta, ma questo abbigliamento va evitato, poiché espone la cute e facilita il compito alle zecche;
- Applichiamo repellenti sulla cute esposta, rispettando le istruzioni riportate dai produttori;
- Evitiamo di addentrarci nelle zone in cui l’erba è alta e soprattutto non sediamoci sull’erba, ma scegliamo una roccia o una panchina e teniamoci sui sentieri tracciati;
- Al ritorno a casa, effettuiamo un attento esame visivo e tattile della nostra pelle, dei nostri indumenti e rimuoviamo le zecche eventualmente presenti. Ricordiamoci che le zecche tendono a localizzarsi preferibilmente sulla testa, sul collo, dietro le ginocchia, sui fianchi.
- Facciamo inoltre attenzione agli animali domestici. Spesso nelle nostre case vivono in stretto contatto con noi, ci accompagnano in attività ricreative all’aperto e talvolta anche in viaggio: una realtà da considerare. Proteggiamoli con prodotti antiparassitari appropriati consigliati dal Medico Veterinario di fiducia e anche con prodotti repellenti prima dell’ingresso nelle aree verdi, anche cittadine. E al rientro dalla passeggiata controlliamoli, soprattutto dietro le orecchie, sull’addome e tra gli spazi interdigitali. Se troviamo una zecca, basta estrarla come già indicato. In caso di qualsiasi dubbio o di comparsa di sintomi quali la febbre, zoppie o dolori articolari, consultiamo sempre il nostro Medico Veterinario di fiducia».
Qual è il messaggio più importante che vorrebbe lasciare ai cittadini?
«Il messaggio è semplice: niente allarmismi, ma consapevolezza. Le zecche fanno parte dell’ambiente in cui viviamo e possiamo incontrarle durante le nostre attività all’aperto. Conoscere il rischio e adottare alcune semplici precauzioni ci permette di ridurre la possibilità di essere punti.
E se troviamo una zecca, niente panico: la rimuoviamo correttamente, osserviamo la zona e, in caso di dubbi o sintomi, ci rivolgiamo al medico. I grandi cambiamenti degli ultimi anni hanno creato un contesto molto diverso rispetto anche solo a pochi anni fa. Le zecche ne stanno cogliendo le opportunità. Dobbiamo esserne consapevoli e agire in modo appropriato: con più prevenzione. Perché l’ambiente e gli animali intorno a noi possono davvero influenzare la nostra salute».
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