Il tumore del colon-retto colpirà sempre più i giovani

Non è un trend temporaneo: dieta zuccherina, cibi processati, obesità giovanili spingono il microbiota verso l’infiammazione intestinale. Gravissimi i dati USA. In Italia si è agli inizi di un fenomeno che apre una voragine familiare, sociale e di costi sanitari
PDTA
Francesco Fiorica, Direttore del Dipartimento Intraziendale Strutturale di Oncologia Clinica dell’AULSS 9 Scaligera di Verona

Negli ultimi mesi, la letteratura oncologica internazionale ha acceso i riflettori su un fenomeno che fino a poco tempo fa sarebbe apparso inverosimile: il tumore del colon-retto sta cambiando volto, trasformandosi progressivamente da patologia geriatrica a neoplasia dei giovani adulti. Ne parliamo con il Dott. Francesco Fiorica, confermato direttore del Dipartimento Intraziendale Strutturale di Oncologia Clinica dell’Azienda ULSS 9 Scaligera

I dati sulla crescita del tumore nella fascia 20-49 

I dati epidemiologici globali, dominati dagli studi nordamericani, indicano che, mentre, l’incidenza negli over 65 continua a scendere grazie all’efficacia dei programmi di screening, nella fascia d’età tra i 20 e i 49 anni si registra un incremento costante del 3% all’anno (dato consolidatosi soprattutto tra il 2013 e il 2022). Se negli anni ’90 solo il 27% dei pazienti oncologici colorettali aveva meno di 65 anni, oggi siamo vicini alla metà dei casi totali. Purtroppo, non siamo di fronte a un semplice aumento numerico di casi, ma a un vero e proprio effetto generazionale (cohort effect): le coorti nate dagli anni ’70 in poi mostrano una vulnerabilità biologica inedita, legata a esposizioni ambientali e metaboliche precoci. 

Zuccheri, cibi processati, infiammazione intestinale: ecco perché i giovani vengono colpiti dal tumore del colon-retto 

Dal punto di vista clinico, la letteratura più recente, a cominciare dal lavoro sul New England Journal of Medicine nel 2022 da Frank Sinicrope evidenzia un modello biologico multifattoriale in cui la Western diet (caratterizzata da cibi ultra-processati), un consumo di 2 bevande zuccherate (è dimostrato che berne più di due al giorno raddoppia il rischio di forme early-onset) e l’obesità infantile innescano una profonda disbiosi del microbiota intestinale. Batteri oncogeni come il Fusobacterium nucleatum promuovono un’infiammazione cronica della mucosa e quindi possono portare a danni mutazionali diretti al DNA, configurando il tumore del colon retto giovanile come una sottoclasse biologica parzialmente distinta e più aggressiva. 

Il dramma della diagnosi tardiva  

Il dato più drammatico che noi clinici dobbiamo ricavarne rimane legato al ritardo diagnostico: il 75% dei giovani sotto i 50 anni riceve una diagnosi in stadio avanzato (regionale o metastatico), spesso perché i sintomi aspecifici vengono inizialmente sottovalutati sia dal paziente che dalla medicina del territorio. 

Com’è la situazione in Italia? 

La realtà oncologica dei tumori gastrointestinali, oggi, è complessa e per certi versi paradossale. Se guardiamo i dati epidemiologici ufficiali italiani, per ora la situazione sembra ancora “tenere” rispetto al boom che si registra negli Stati Uniti, probabilmente grazie a una protezione storica legata alla resistenza della tradizionale dieta mediterranea e a tassi di obesità nel passato inferiori rispetto a quelli americani. Però, potrebbe essere che i nostri dati non evidenziano il trend solo perché i numeri assoluti inizialmente sono più bassi rispetto a quelli americani e i registri tumori regionali fanno più fatica a raggiungere una potenza statistica immediata. 

Già ora, la percezione clinica è di un progressivo abbassamento dell’età dei pazienti.  

Quale è l’impatto ha una diagnosi di adenocarcinoma del colon-retto ad una persona ancora nel pieno della sua vita? 

La letteratura ci parla di trend e percentuali, ma quel 3% di incremento annuo si traduce in storie di vita spezzate nel pieno della loro fase produttiva e familiare. È un campanello d’allarme reale che non possiamo permetterci di ignorare in attesa che i dati epidemiologici italiani si allineino a quelli americani.  

Una diagnosi a 40 anni non è la stessa di una diagnosi a 75. Cambia completamente tutto, l’impatto è totale. Da un punto di vista strettamente economico e sanitario, un paziente giovane ha un costo lifetime per il sistema assistenziale enormemente più elevato: ha un’aspettativa di vita più lunga, riceve più linee terapeutiche, accumula tossicità nel tempo e richiede follow-up prolungati per decenni. 

Ma la vera voragine è sul tessuto sociale e familiare. Parliamo di persone che vengono colpite nel picco della loro vita lavorativa e produttiva, destinate ad assenze prolungate o, purtroppo, all’invalidità.  

E poi c’è il dramma invisibile del caregiver burden: dietro a un quarantenne malato ci sono partner giovani, spesso a loro volta all’inizio della carriera, e figli piccoli. Quando si ammala un ragazzo, si ammala l’intero nucleo familiare. È un carico economico, previdenziale e umano che il nostro sistema sociale inevitabilmente fatica a reggere. 

La letteratura indica una forte relazione tra tumore colon-rettale, microbiota e alcuni batteri come driver della malattia. L’attività di ricerca del Dipartimento di Oncologia Clinica AULSS9 conferma questa relazione? 

La transizione dal dato di letteratura alla realtà clinica del paziente è il cuore del lavoro che stiamo facendo. Come gruppo di ricerca con le Università di Messina e Ferrara e con l’IRCCS Pascale di Napoli nell’ambito dei progetti PNRR, stiamo portando avanti e ci accingiamo a chiudere proprio in questo periodo una ricerca clinica focalizzata su questo specifico aspetto. I nostri dati preliminari e l’esperienza scientifica sul campo confermano un legame strettissimo: stiamo mappando la presenza massiccia del Fusobacterium nucleatum sia nei pazienti con infiammazione intestinale cronica, sia in quelli che hanno già sviluppato il tumore.

Questa è la dimostrazione plastica, “in vivo” e sui nostri pazienti, del modello biologico di cui parla la letteratura: la disbiosi e l’infiammazione cronica della mucosa non sono concetti astratti, ma una realtà clinica che prepara il terreno alla tumorigenesi. I risultati di questo studio PNRR spero ci possano aiutare a capire come intercettare questa transizione prima che si trasformi in una diagnosi oncologica avanzata. 

Questo legame tra infiammazione, microbiota e tumore apre scenari complessi sulla prevenzione e lo screening. Se il problema si sviluppa così precocemente, abbassare semplicemente l’età dello screening a 45 anni è una soluzione? 

Alcune linee guida lo hanno già fatto, ma da clinico penso che il punto cruciale non sia solo l’età anagrafica. Dobbiamo chiederci se sia sostenibile per il servizio sanitario un aumento massiccio di colonscopie, considerando il personale e le strutture disponibili. Più che un abbassamento terapeutico “a tappeto”, la vera svolta sarà uno screening stratificato in funzione del rischio dato da familiarità, obesità, stili di vita e, grazie anche a ricerche come la nostra sul PNRR, biomarcatori legati al microbioma.  
 
Nell’immediato serve soprattutto maggiore attenzione ai sintomi precoci nei giovani sia da parte nostra che della medicina territoriale. 

In sintesi, dottore, qual è il messaggio chiave che emerge da questo scenario? 

Il messaggio è che dobbiamo smetterla di considerare il tumore del colon-retto giovanile solo come una sfortuna biologica. È, a tutti gli effetti, una “malattia sentinella” dei tempi in cui viviamo. Ci sta dicendo che lo stile di vita contemporaneo (tra cibo ultra-processato, alterazioni del microbiota e infiammazione metabolica) sta presentando il conto molto prima del previsto. 

Se i fattori di rischio iniziano ad agire nell’infanzia o nell’adolescenza, pensare di fare prevenzione oncologica aspettando lo screening a 50 anni è una pia illusione. Non basta più solo curare in ospedale: serve una svolta che metta insieme la ricerca sul campo, la medicina sul territorio e, soprattutto, politiche di salute pubblica radicali e coraggiose sulle abitudini alimentari. Dobbiamo iniziare a proteggere la salute intestinale dei nostri ragazzi fin da piccoli, altrimenti continueremo a inseguire un’emergenza clinica e sociale insostenibile.

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di Tommaso Vesentini

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