Il dibattito sul futuro del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) attraversa un momento decisivo, segnato dalla legge delega per il riordino del sistema e dalle tensioni che ne derivano tra governo, regioni e professionisti. Fabiana Faiella, del Gruppo tesi congressuale di Anaao Assomed, al congresso nazionale Anaao di giugno ha aperto il confronto richiamando due sentenze della Corte Costituzionale, del 2016 e del 2024, che collocano la spesa sanitaria tra i valori fondanti della Carta: un taglio eccessivo è contrario ai suoi principi. Su questa base Anaao Assomed critica l’impianto della riforma, che definisce «ospedalocentrica» e caratterizzata da uno «scarso confronto» con enti territoriali, sindacati e ordini professionali.
Faiella parla di un paradosso: un processo di centralizzazione che assomiglia a un’autonomia differenziata rovesciata, dove chi decide coincide con chi controlla. Tra le criticità principali figura la scarsa attenzione alla prevenzione, un vuoto che rischia di tradursi in maggiori costi futuri per cronicizzazione delle patologie e aumento delle ospedalizzazioni. Oltre a questo, il silenzio della riforma sulla condizione quotidiana dei professionisti sanitari, negli ospedali come sul territorio.
Per rispondere a queste lacune, la direzione nazionale Anaao ha elaborato e approvato, nel settembre 2025, un documento di proposta per la revisione del decreto legislativo 502 del 1992. Il cuore della proposta riguarda un nuovo modello di governance aziendale e uno stato giuridico per la dirigenza medica e sanitaria che rimetta i professionisti al centro delle decisioni cliniche e organizzative. Faiella immagina una governance a cerchi concentrici, che parte dall’azienda sanitaria, attraversa gli enti territoriali e gli ambiti sociali fino alla regione, mantenendo sempre attivo il coinvolgimento della cittadinanza. L’obiettivo dichiarato è superare la frammentarietà di riforme come il DM 70 e il DM 77, nate spesso in risposta a emergenze piuttosto che da una visione strategica coerente con i principi della legge 833.
Le dichiarazioni sui finanziamenti
Sul tema delle risorse le posizioni divergono nettamente. Francesco Saverio Mennini, Direttore Generale del Dipartimento della programmazione del Ministero della Salute, difende con decisione il percorso degli ultimi anni. Mennini definisce il SSN «un gioiello da rafforzare», non da ricostruire da zero, e cita numeri precisi: ֿ«Il Fondo Sanitario Nazionale è cresciuto in termini reali di circa 20 miliardi di euro dal 2023, mentre l’ultima legge di bilancio ha portato il finanziamento annuale a 7 miliardi e 400 milioni», una cifra superiore anche ai 6 miliardi e 3 stanziati durante l’emergenza Covid, quando però si trattava di interventi straordinari e non strutturali.
Mennini contesta poi l’uso del rapporto tra spesa sanitaria e Prodotto Interno Lordo (PIL) come indicatore affidabile, perché, secondo lui. dipende in larga parte dall’andamento del denominatore. Propone invece di guardare al rapporto tra spesa sanitaria pro capite e PIL pro capite, un dato che racconterebbe un avvicinamento dell’Italia alla media dei paesi OCSE negli ultimi anni.
Di segno diverso la lettura della Senatrice del Partito Democratico Ylenia Zambito, che giudica le risorse comunque insufficienti, al netto del dibattito sul PIL. Zambito richiama l’aumento dei costi di gestione legato all’inflazione e la stagflazione che caratterizza l’economia italiana. Condivide le preoccupazioni di Anaao Assomed sulla sanità territoriale e teme che lo spostamento di risorse verso gli ospedali di terzo livello possa creare una sanità a più velocità, penalizzando le strutture periferiche. Zambito critica inoltre un’apertura del governo verso la privatizzazione, mentre sottolinea come gli esiti clinici italiani restino superiori alla media europea nonostante il finanziamento giudicato insufficiente, un risultato che attribuisce alla resilienza dei professionisti sanitari.
I dati reali
Eppure, nonostante quanto dichiarato da Mennini, i dati sulla spesa sanitaria del nostro Paese sono negativi. Infatti, in termini percentuali rispetto al PIL, l’Italia spende meno della media europea e di molti principali Paesi UE, specialmente suoi competitor. Il dataset OECD Health Statistics dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico attesta che nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,3 % del PIL: un valore inferiore sia alla media OCSE (7,1 %) sia alla media europea (6,9 %).
Germania e Francia investono significativamente di più, con una spesa pro capite superiore alla media europea e una quota di PIL dedicata alla sanità pari a circa l’11-12%. La Spagna si colloca in una posizione intermedia, con una spesa pro capite vicina alla media UE e una spesa sanitaria pari a circa il 9% del PIL. Solo alcuni Paesi dell’Europa orientale, come la Romania, registrano livelli di spesa sanitaria pro capite e di incidenza sul PIL inferiori o paragonabili a quelli italiani.
Mennini cita come vero indizio il rapporto fra spesa sanitaria pro capite e PIL pro capite, ma in questo caso il quadro è ancora più preoccupante. Secondo l’analisi della Fondazione GIMBE basata sui dati OCSE ed Eurostat, nel 2024 la spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è di circa 3.260 €. Questo valore è inferiore sia alla media OCSE (3.930 €) sia alla media dei paesi europei (3.990 €). Perciò, l’Italia si colloca mediamente sotto la media europea anche quando si considera la spesa sanitaria pro capite in proporzione al PIL pro capite.
L’integrazione ospedale-territorio
Il nodo dell’integrazione tra ospedale e territorio emerge come punto di convergenza, seppure con accenti diversi, tra le varie posizioni. Mennini indica questa integrazione come una delle direzioni chiave della delega, insieme all’umanizzazione delle cure e al potenziamento della salute mentale. Secondo il dipartimento del Ministero della Salute, la riforma punta a garantire nuovi standard di personale e organizzazione affinché l’assistenza, quando non richiede il ricovero ospedaliero, si sposti verso il territorio e il domicilio del paziente, il più vicino possibile alla sua quotidianità.
Faiella offre però una lettura più critica dello stato attuale dell’integrazione. Richiamando i provvedimenti DM 70 e DM 77, denuncia avanzamenti lenti e disuguaglianze regionali marcate, legate a ritardi strutturali e attivazione parziale dei servizi. Segnala inoltre la scarsa presenza di professionisti nelle nuove strutture finanziate con il PNRR e una insufficiente chiarezza sul ruolo dei dirigenti medici negli ospedali di comunità. Cita Agenas per proporre un cambio di prospettiva: «Transitare dall’architettura delle strutture fisiche a quella concreta delle relazioni, dei processi decisionali e della reale collaborazione tra professionisti».
Zambito aggiunge un elemento pratico e territoriale, ricordando l’esperienza della Toscana, dove l’integrazione socio-sanitaria attraverso le società della salute ha coinvolto da tempo i professionisti nei tavoli decisionali. Racconta come questo coinvolgimento diretto abbia generato idee utili e miglioramenti concreti, in contrasto con un approccio calato dall’alto che, a suo avviso, deresponsabilizza chi lavora quotidianamente sul campo. La vera sfida, indicata anche da Faiella, riguarda il prossimo triennio 2027-2029: mantenere attive le strutture finanziate dal PNRR quando quei fondi termineranno, sostituendoli con risorse strutturali del SSN.
Il punto di vista delle Regioni
A rappresentare la posizione delle Regioni interviene Vincenzo Broccoli, Coordinatore Tecnico della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni, con un intervento che insiste sul metodo prima ancora che sul merito delle riforme. Broccoli sostiene che il metodo coincide con la sostanza: affrontare i problemi del sistema sanitario lavorando pezzo per pezzo, separando medicina generale, professionisti, ospedali e territorio, rappresenta un approccio fuorviante. Il SSN, spiega, «è un sistema unico che richiede un’azione coordinata tra tutti i suoi elementi, e la Costituzione assegna alle Regioni la responsabilità ultima della sua gestione».
Per questo Broccoli chiede che la riforma segua una logica simile al modello One Health, trattando il sistema sanitario come un corpo unico anziché come una somma di parti separate. Cita come esempio negativo il caso della riforma della medicina generale, appresa dalle regioni attraverso i giornali anziché attraverso un confronto istituzionale diretto, un episodio che considera sintomo di un problema di metodo più ampio.
Sul fronte delle risorse, Broccoli richiama l’articolo 32 della Costituzione per sostenere che il finanziamento del sistema sanitario nazionale deve rispondere ai livelli essenziali di assistenza calcolati sui bisogni reali della popolazione, non a percentuali astratte legate al PIL. Critica, inoltre, la frammentazione del recente incremento di fondi in numerosi micro-obiettivi, spesso sottofinanziati, a scapito della quota indistinta che sostiene strutturalmente i Sistemi Sanitari Regionali. Porta l’esempio delle case di comunità, per le quali gli investimenti in tecnologie e strutture rischiano di restare privi delle risorse necessarie al mantenimento futuro, un rischio che paragona a chi acquista un’automobile costosa senza prevedere i costi di gestione che ne conseguiranno negli anni successivi.
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