La telemedicina nelle aree interne per avvicinare gli specialisti ai pazienti. «Ma servono formazione e infrastrutture»

Ridurre le distanze geografiche e i tempi di accesso alle cure attraverso il collegamento tra medici di famiglia, specialisti e servizi territoriali. Mancini, dell’ASL Rieti, sottolinea «l’importanza della formazione e delle connessioni»; Sergio Pillon richiama «la necessità di percorsi condivisi e dell’integrazione dei dati sanitari».

Nelle aree interne, le distanze geografiche e le difficoltà di collegamento possono rendere più complicato raggiungere i servizi sanitari. Per questo, la telemedicina può contribuire ad avvicinare le prestazioni specialistiche ai cittadini. Ma, affinché questo strumento diventi parte integrante dell’assistenza, non basta attivare una piattaforma; servono professionisti preparati, infrastrutture adeguate e percorsi organizzati tra ospedale e territorio.

Se ne è parlato al tavolo Telemedicina per le aree interne: come garantire specialismo a distanza ospitato a Welfair 2026, fiera del fare Sanità a Fiera di Roma. «La telemedicina – spiega Flavio Mancini, direttore UOC Distretto 2 “Sabino” dell’ASL Rieti – può offrire ai medici di medicina generale un accesso più rapido alla consulenza specialistica, superando almeno in parte gli ostacoli legati alle liste d’attesa e alla distanza».

«È uno strumento di fondamentale importanza per il medico di medicina generale, perché gli dà la possibilità di avere un accesso molto più rapido, oserei dire quasi diretto, alla specialistica» spiega. «Un’opportunità che può contribuire a superare il gap di distanza anche geografica, anche fisica e anche di tempo».

Formazione e connessioni, le condizioni essenziali

Per trasformare questa possibilità in un servizio realmente accessibile, però, occorre affrontare alcune criticità. «Ce ne sono due fondamentali: la formazione dei professionisti e la disponibilità delle dotazioni tecnologiche necessarie».

«La prima è la formazione di chi utilizza la telemedicina, sia del medico di medicina generale sia dello specialista che deve erogare la prestazione. La seconda è l’hardware, cioè la strumentazione che serve per mettere in contatto le persone» sottolinea Mancini. «Il problema riguarda in particolare i territori più difficili da raggiungere, dove alle distanze fisiche possono sommarsi quelle digitali. I territori montani non sono difficili da raggiungere esclusivamente per la loro topografia e quindi per la distanza, ma anche perché magari hanno delle connessioni abbastanza scadenti».

Percorsi condivisi e pazienti coinvolti nella progettazione

La tecnologia, da sola, non garantisce che il servizio risponda ai bisogni delle persone. Per Sergio Pillon, vicepresidente e responsabile delle relazioni istituzionali dell’Associazione Italiana Sanità Digitale e Telemedicina (AISDET) e presidente della Commissione Sanità Digitale del CDTI, è necessario coinvolgere i pazienti già nella progettazione degli interventi e costruire percorsi assistenziali condivisi. «Il primo modo è interagire quando si progettano gli interventi, per esempio con un paziente anziano diabetico delle aree interne, coinvolgendo le associazioni di pazienti. Nessuno ha il verbo, ma le associazioni sono quelle più vicine al paziente» spiega Pillon.

«Il secondo passaggio è interagire con gli specialisti che si occupano di quel tema specifico, quindi, per esempio, con i diabetologi del territorio». Secondo il vicepresidente AISDET, inoltre, occorre «creare delle delibere aziendali con percorsi scritti sulla pietra, da rispettare da parte di medici, infermieri e dell’intera struttura. L’obiettivo è fare in modo che la telemedicina non sia un servizio separato, ma una componente stabile del percorso di cura».

Fascicolo sanitario elettronico, il nodo dell’integrazione

Tra le criticità indicate da Pillon c’è anche l’integrazione dei dati prodotti dalle diverse strutture sanitarie. Il riferimento è alla possibilità di rendere disponibili nel Fascicolo sanitario elettronico i referti delle strutture private, così da favorire la condivisione delle informazioni cliniche.

«Questa situazione contribuisce a una frammentazione dei dati sanitari. Perché il sistema funzioni, la telemedicina deve infatti essere accompagnata da strumenti che permettano alle informazioni di circolare tra i professionisti e le strutture coinvolte nell’assistenza».

«L’obiettivo – conclude – non è soltanto rendere possibile una visita a distanza, ma costruire una rete nella quale tecnologia, organizzazione e collaborazione tra professionisti consentano di garantire continuità assistenziale anche a chi vive lontano dai principali centri sanitari».

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di Bernardino Ziccardi

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