In Italia sono oltre 5.000 i piccoli Comuni che, ogni giorno, si ritrovano ad affrontare criticità legate alla carenza di professionisti e alla difficoltà di accesso ai servizi. Una situazione che interessa in particolare le aree interne, montane e rurali del Paese, dove l’invecchiamento della popolazione e le distanze dai presidi sanitari rischiano di amplificare le disuguaglianze.
Da queste criticità nasce l’accordo tra Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e Comunità e il Coordinamento Nazionale dei Piccoli comuni Italiani. L’obiettivo è quello di rendere il diritto alla salute realmente uniforme su tutto il territorio nazionale.
Carenza di medici e isolamento sanitario
«Quello che manca principalmente nei piccoli comuni è l’assistenza sanitaria di prossimità» spiega Leonida Iannantuoni, Presidente Assimefac. «Ci sono paesi, dalla fascia alpina fino alla Sicilia – prosegue – dove manca materialmente il medico di medicina generale. In alcuni casi, il professionista del Comune vicino deve coprire più territori contemporaneamente».
«Una situazione che pesa soprattutto sulle fasce più fragili della popolazione. Se per un cittadino giovane percorrere alcuni chilometri può rappresentare un disagio limitato, per una persona anziana, sola o con patologie croniche la distanza può trasformarsi in un ostacolo concreto all’accesso alle cure».
«Pensiamo – aggiunge il Presidente – ai piccoli centri dell’Appennino o delle aree montane. Non si tratta solo di percorrere 10 o 12 chilometri, ma di farlo in territori caratterizzati da una viabilità spesso complessa. Questo aumenta il rischio di isolamento sanitario».
Case di Comunità e territorio: un equilibrio da trovare
«Non siamo contrari alle Case di Comunità», precisa Iannantuoni. «Il problema nasce se si pensa di alimentarle sottraendo medici di medicina generale ai territori o specialisti ai poliambulatori. Tutti i settori della sanità sono già sotto pressione e il rischio è quello di impoverire ulteriormente l’assistenza nei piccoli paesi. Non siamo contrari allo strumento: è necessario però evitare he il personale venga sottratto a servizi già in sofferenza».
Telemedicina per ridurre le distanze
Tra le proposte avanzate c’è anche la possibilità di creare un elenco di Comuni disponibili a offrire alloggi e spazi ambulatoriali ai medici che scelgono di trasferirsi nei piccoli centri. «Spesso il problema – specifica – non è soltanto l’isolamento. In molti paesi il numero di abitanti non consente di raggiungere un livello di reddito sufficientemente attrattivo. Offrire un alloggio o ridurre i costi di avvio dell’attività potrebbe rappresentare un incentivo importante».
«Un ruolo centrale potrebbe essere svolto anche dalla telemedicina. Il recente decreto ministeriale che destina risorse all’acquisto di strumenti diagnostici per medici di medicina generale e Case di Comunità viene visto come un’opportunità per rafforzare l’assistenza di prossimità».
«La possibilità di eseguire elettrocardiogrammi o altri esami di primo livello direttamente negli studi medici consentirebbe di ridurre gli spostamenti dei pazienti, contenere le liste d’attesa e limitare gli accessi impropri ai pronto soccorso», evidenzia. «Resta però il nodo delle infrastrutture: in alcune aree montane o particolarmente isolate, la diffusione della telemedicina dovrà necessariamente accompagnarsi a un miglioramento della connettività».
«La sanità deve essere vicina ai cittadini»
Per Iannantuoni, la sfida dei prossimi anni sarà quella di rendere il diritto alla salute realmente uniforme su tutto il territorio nazionale.
«La salute non può dipendere dal luogo in cui si nasce o si sceglie di vivere» conclude. «Dobbiamo lavorare per ridurre le distanze sociali e sanitarie tra il cittadino che vive in un piccolo centro e quello che abita in una grande città. Solo così potremo garantire un’assistenza davvero equa e di prossimità».
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