Il Sistema Sanitario Nazionale verrà interessato dalla riorganizzazione territoriale prevista dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), dalla Missione 6 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dal DM 77/2022 (standard per lo sviluppo dell’assistenza sanitaria territoriale). Ciò comporterà importanti novità per il modello assistenziale italiano.
Tra queste, tuttavia, manca quella relativa alla Medicina Trasfusionale che vive una condizione del tutto unica: a differenza di altre aree mediche, per estendere e far funzionare la propria rete ha bisogno del lavoro costante, capillare e insostituibile dei volontari del Terzo Settore.
L’attuale normativa nazionale, infatti, disciplina esclusivamente l’organizzazione ospedaliera della rete trasfusionale, senza prevedere modelli e strumenti di integrazione con l’assetto socio-sanitario territoriale.
Di questo: si è parlato al Convegno Donor Week che anche quest’anno si è dato appuntamento a L’Aquila, nella Capitale Italiana della Cultura per promuovere non solo il lavoro dell’Associazione Volontari Italiani del Sangue (Avis), ma con l’obiettivo di accrescere un’ampia e capillare rete del Terzo Settore che lavori parallelamente al Servizio Sanitario Nazionale per promuovere il benessere personale e una serie di attività socio-assistenziali per tutta la comunità.
La rete trasfusionale: un lavoro essenziale
«Ad oggi sappiamo che i globuli rossi non possono essere prodotti in laboratorio; quindi, per la tenuta di questo sistema sono fondamentali ed essenziali il ruolo dei donatori e il loro contributo solidaristico» spiega Luciana Teofili, Presidente del Centro Nazionale Sangue. «Sul territorio nazionale abbiamo delle discrepanze nell’erogazione dei servizi e l’attività associativa del volontariato è sicuramente un elemento che ha percepito queste disuguaglianze ed è già in movimento e in azione per poter fare la sua parte».
«In questo, per la rete trasfusionale, avere al suo interno attori come una rete già radicata sul territorio — che in molte aree interne si è già sviluppata — è un elemento di forza. In questo contesto la medicina trasfusionale deve essere in grado di rileggersi, di ripartire con una visione diversa, di integrarsi diversamente e in maniera funzionale alle esigenze del territorio».
L’Aquila come laboratorio del Terzo Settore
L’edizione 2026 svoltasi a L’Aquila dall’11 al 13 settembre, riunendo consorelle avisine da tutta la Penisola, è stata l’occasione per parlare di Aree Interne e della collaborazione con numerose associazioni del Terzo Settore.
Il messaggio dalla Sala Ipogea del Palazzo dell’Emiciclo è: per rilanciare e garantire un servizio sanitario e socio-assistenziale efficace sul territorio è fondamentale fare rete. Non a caso questo messaggio arriva proprio da L’Aquila, capoluogo d’Abruzzo che fa parte delle cosiddette Aree Interne e che, da anni, soffre lo spopolamento dei centri abitati e il taglio dei servizi. In Italia le Aree interne includono sono oltre 4.000 i comuni (quasi la metà dei comuni italiani), distribuiti sul 60% del territorio nazionale, dove risiedono circa 13,3 milioni di persone. Un territorio vastissimo, accomunato dai fenomeni di spopolamento, invecchiamento della popolazione e riduzione dei servizi.
Lavorare in rete: l’esperienza di Avis Marche
In questa direzione è interessante l’esperienza che arriva dalla Regione Marche «che ha permesso di capire il potenziale della rete associativa. Come Avis Marche – dice la vicepresidente di Avis Marche, Maria Gianuario – abbiamo deciso di partecipare a un partenariato con altre 18 associazioni e la Regione Marche ad un percorso co-programmazione e di co-progettazione per poter dare risposta alle esigenze del territorio. Le sedi Avis sono estremamente numerose sul territorio, anche nelle Aree Interne, hanno un bagaglio di relazioni e di fiducia che permettono di fornire risposte adeguate e puntuali a determinate esigenze. Io penso che il mondo delle associazioni sia estremamente variegato: ci sono associazioni piccole e grandi, ma tutte con grandi valori».
Il modello place-based
Secondo i partecipanti per dare una risposta efficace alle sfide del Sistema Trasfusionale nelle Aree Interne è necessario sviluppare un modello trasfusionale territoriale con un approccio place based, che è quello su cui si fonda la Strategia Nazionale per le Aree Interne. Questo modello rappresenta sul territorio il superamento del tradizionale modello ospedalocentrico delle attività trasfusionali, attraverso la costruzione di un Ecosistema Trasfusionale di Prossimità in cui funzioni cliniche, organizzative, associative, comunitarie e digitali vengono distribuite secondo livelli di complessità, responsabilità, caratteristiche del territorio e bisogni locali.
99 anni di Avis
Per il presidente di Avis Nazionale, Oscar Bianchi: «Avis, in 99 anni di storia, ha sempre svolto in modo indiretto il ruolo di facilitatore di comunità e la donazione di sangue era quell’elemento che aggregava o che aggrega ancora oggi. Quello che dobbiamo provare a fare è valorizzare ancora di più il fatto di essere un soggetto che ha la capacità di animare i territori, di accompagnarli, partendo dall’assunto che abbiamo qualcosa di certo che aggrega: la donazione».
«Ma fare Avis non significa solo donare sangue o donare plasma: significa essere accoglienti, significa poter essere presenti nel momento del bisogno delle persone, significa sapere intercettare i bisogni emergenti delle comunità, siano esse piccole, medie o grandi, e questa è la nostra forza. La nostra forza sta nella capillarità della nostra penetrazione nel territorio, ma soprattutto nella capacità di fare rete, ovvero di avere un disegno strategico unico che poi viene declinato a seconda dei contesti, dei consessi e delle persone che si hanno di fronte».
Iscriviti alla newsletter di Bees Sanità Magazine e aggiungi beesanitamagazine.it tra le tue fonti preferite di Google




