Il professionista sanitario lavora oggi in un contesto segnato da tensioni crescenti, dove il rapporto con il cittadino si è trasformato e non sempre in senso favorevole. La fiducia nel sistema sanitario pubblico attraversa una fase difficile, e questa erosione produce effetti concreti sul clima in cui medici, ostetriche, infermieri e altri operatori svolgono il proprio lavoro quotidiano. Le aggressioni ai professionisti della salute non sono un fenomeno episodico: riguardano ambienti diversi, dal pronto soccorso alle sale parto, dai consultori agli ambulatori, e coinvolgono figure professionali con status giuridici molto differenti tra loro. Silvia Vaccari, Presidente Federazione Nazionale degli Ordini della Professione Ostetrica (FNOPO), nell’ambito di un confronto dedicato proprio a questi temi, ragiona su cosa emerga quando si mettono attorno a un tavolo operatori, istituzioni e osservatori del settore.
Uno degli aspetti che Vaccari porta in evidenza riguarda la disparità di tutele tra chi lavora come dipendente del Servizio Sanitario Nazionale e chi invece offre prestazioni in regime libero professionale. Questa asimmetria incide non solo sulla protezione legale in caso di aggressione, ma più in generale sulla capacità del sistema di rispondere in modo coerente a un problema che lo attraversa trasversalmente. Accanto a questo, si apre la questione della formazione, della comunicazione e degli strumenti di deterrenza già disponibili, con una riflessione su quanto abbiano effettivamente funzionato fino a oggi.
Solitudine professionale e cultura del rispetto
Il senso di isolamento del professionista nei momenti critici è uno dei nodi che la Presidente FNOPO mette a fuoco con maggiore nitidezza. Quando si verifica un evento aggressivo, l’operatore spesso si trova solo, poco sostenuto sul piano giuridico e privo di un riferimento solido a cui appoggiarsi. Questa solitudine non riguarda solo il singolo episodio, ma riflette una condizione strutturale che chiede risposte organizzative e culturali prima ancora che normative.
Il ragionamento si estende alla composizione dell’utenza e al peso che alcune componenti della popolazione, in particolare le donne, portano rispetto all’accesso alle cure. Le liste d’attesa e le difficoltà di accesso ai servizi alimentano frustrazione e, in certi contesti, traducono quella frustrazione in comportamenti aggressivi verso chi eroga le prestazioni. Vaccari affronta anche la dimensione educativa del problema, indicando nella costruzione di una cultura del rispetto a partire dalle scuole uno degli strumenti su cui investire nel lungo periodo. Il quadro che emerge chiama in causa non solo il sistema sanitario, ma la società nel suo complesso, nella sua capacità di riconoscere il valore e i limiti di un servizio che resta un bene comune.
