Nonostante l’Italia abbia investito cifre enormi nella digitalizzazione sanitaria (oltre 18 miliardi di euro tra risorse del PNRR e altri fondi) la percezione degli operatori resta spesso segnata dalla frustrazione. Questo è lo stato dell’arte della sanità digitale nel nostro paese e per la prima puntata dello Speciale “Sanità informatizzata o burocrazia digitale?” intervistiamo Iacopo Cricelli, esperto di sanità digitale e Medicina Generale e CEO di Genomedics, azienda di soluzioni software con una forte specializzazione nel settore sanitario e nella ricerca biomedica.
Partiamo dal quadro generale. L’Italia ha investito cifre enormi nella digitalizzazione sanitaria: oltre 18 miliardi di euro tra le risorse del PNRR e altri fondi. Eppure, la percezione degli operatori è spesso di frustrazione. Come si spiega il paradosso fra frustrazione degli operatori e dispendio di risorse?
«È un paradosso solo in apparenza. In realtà, descrive abbastanza precisamente cosa succede quando si confonde la digitalizzazione sanitaria con la trasformazione. Comprare tecnologia non è fare innovazione. Attivare piattaforme non è migliorare l’assistenza. Il problema non è la quantità degli investimenti (che è reale e significativa) ma la logica con cui vengono indirizzati. Noi continuiamo a introdurre tecnologia senza riprogettare i processi clinici, organizzativi e professionali dentro cui quella tecnologia dovrebbe produrre valore. Installiamo nuovi sistemi sopra strutture vecchie, e ci meravigliamo che il risultato finale sia ancora fragile».
Può essere più specifico? Qual è concretamente l’errore di fondo?
«L’errore originario di molta sanità digitale è che si parte dal sistema, non dal lavoro clinico. Si parte dal flusso informativo, non dalla decisione. Si parte dal documento, non dal paziente. Si parte dall’obbligo di alimentare una banca dati, non dal bisogno di ridurre l’incertezza di un professionista davanti a una persona fragile, con una storia clinica complessa e spesso incompleta. Una piattaforma può essere formalmente corretta, interoperabile, finanziata, conforme alle normative, persino elegante dal punto di vista architetturale. Ma se non entra nel momento esatto in cui il medico visita, decide, prescrive, rivaluta, comunica con il paziente o coordina un percorso, quella piattaforma resta esterna alla cura. Non è uno strumento di lavoro. È un adempimento».
Questo vale per tutta la sanità o ci sono contesti in cui il problema è più grave?
«Vale ovunque, ma nella medicina generale il problema è particolarmente visibile e particolarmente costoso. Il medico di famiglia non gestisce “episodi” isolati. Gestisce traiettorie. Storie longitudinali. Fragilità biologiche, sociali e familiari. Terapie stratificate negli anni. Diagnosi certe, sospette, superate, mai confermate. Aderenze intermittenti. Informazioni riferite dal paziente, dati prodotti dall’ospedale, referti specialistici, accessi in pronto soccorso, esenzioni, piani terapeutici, condizioni sociali, caregiver, preferenze e paure. Tradurre tutto questo in “dato” è necessario. Ma se lo si fa male, il dato non semplifica la cura. La complica. E il medico si ritrova a gestire un sistema che produce più lavoro di quanto ne elimini».
C’è una narrazione molto diffusa per la quale avere più dati significa prendere decisioni migliori. Lei non ci crede?
«Ci credo, ma con una condizione fondamentale che spesso viene ignorata: i dati devono essere affidabili, comprensibili, contestualizzati, aggiornati e clinicamente interpretabili. In assenza di queste caratteristiche, più dati significa più rumore. E in medicina il rumore non è un fastidio tecnico. È un rischio clinico. Un dato sanitario non è mai neutro. Un’allergia non è un’intolleranza. Una diagnosi certa non è una diagnosi sospetta. Una terapia prescritta non è una terapia effettivamente assunta. Una terapia sospesa non è una terapia dimenticata. Una nota anamnestica di dieci anni fa non ha lo stesso valore di un evento recente validato da uno specialista. Se il sistema digitale non distingue questi livelli, non crea conoscenza. Crea confusione. E la confusione, davanti a un paziente con nove farmaci e cinque comorbilità, può tradursi in un errore».
Come si garantisce la qualità del dato sanitario? Sembra un problema enorme.
«È un problema enorme, ma non irrisolvibile. La qualità del dato sanitario richiede almeno quattro elementi fondamentali: provenienza, data, significato e responsabilità. Bisogna sapere chi ha prodotto quel dato, quando lo ha prodotto, con quale grado di certezza e chi lo ha validato. Questa che io chiamo “genealogia” dell’informazione clinica è indispensabile. Senza di essa, il Fascicolo Sanitario Elettronico rischia di diventare un contenitore pieno ma ambiguo, ricco di documenti e povero di significato. Un archivio. E gli archivi, in medicina, non curano nessuno».
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